Ivana Abbasta
Ivana Abbasta

@I_Mosti

44 تغريدة 2 قراءة Aug 28, 2024
LA RIVOLTA DEI SETTE GIORNI E MEZZO. PALERMO INFUOCATA. LA RABBIA DEI SICILIANI E LA PAURA DEI GATTOPARDI
“Se dovessi ripercorrere le strade della Sicilia, i siciliani mi prenderebbero a sassate”. Così scriveva Garibaldi nel 1866 ad Adelaide Cairoli (patriota, madre di 8 figli,
i 5 figli maschi combatterono tutti nelle battaglie risorgimentali e vi morirono, tranne Benedetto, anche Adelaide partecipò attivamente alle varie manifestazioni patriottiche e d’indipendenza). I palermitani, nel settembre di quello stesso anno, fecero peggio, si rivoltarono e
presero a fucilate i nuovi padroni dell’isola. Fu una delle più sanguinarie insurrezioni di popolo contro un Governo nazionale. Il 15 settembre 1866 ebbe inizio la Rivolta del "Sette e mezzo", così chiamata per la sua durata: dal 15 al 22 settembre. I palermitani scesero in
piazza per ribellarsi agli assassini e predoni di casa Savoia per finire repressi tra tribunali speciali (perfino di uomini di Chiesa) e bombe via mare. Il 15 settembre del 1866 una bomba deflagrò nel centro di Monreale, fu il segnale della rivolta che poi inizierà all’alba.
Al grido di “ Viva la Repubblica e la libertà”, “ Viva santa Rosalia” (la patrona di Palermo), “Viva Francesco II”, e allo sventolare delle bandiere rosse, a dimostrazione della eterogeneità e della spontaneità dell’insurrezione. Alla rivolta parteciparono: renitenti di leva,
ecclesiastici espropriati, repubblicani, mazziniani, socialisti, autonomisti, impiegati borbonici cacciati dai loro posti di lavoro, contadini che avevano sperato con le promesse di Garibaldi nella distribuzione delle terre ed avevano ricevuto soltanto fucilate, i rappresentanti
delle arti e dei mestieri, colpiti dalla soppressione delle corporazioni religiose; e ancora gente del popolo controllata dai nuovi borghesi mafiosi, e baroni che bramavano autonomia. Sette giorni di fuoco con barricate erette in diverse zone della città e con assalti
alle caserme, agli uffici pubblici, alle prigioni e con bombardamenti anche dal mare sui rivoltosi, il generale Cadorna, inviato d’urgenza in Sicilia, si confermerà spietato e senza scrupoli. “Di fronte a quella ribellione confusa e velleitaria, l’aristocrazia dei gattopardi
per la prima volta cominciò ad avare paura.” (Di Fiore) Per sette giorni e mezzo Palermo restò in mano ai rivoltosi. Cosa scatenò quella rabbia, quella furia del popolo? La Sicilia è sempre stata un luogo di grande fermento sociale e politico: terra spesso teatro di rilevanti
rivolte contro le autorità. La storia del popolo siciliano è intrisa di sanguinose rivendicazioni dei propri diritti, scatenati da condizioni di estrema miseria o da promesse non mantenute. Una realtà complessa non capita dal neo Stato italiano e ancora
non studiata, né analizzata. Era il settembre del 1866 quando il popolo siciliano si sollevò contro “tutto ciò che sapeva di governo.” "La rivorta dû setti e menzu" fu iniziata da squadre di contadini, circa 4000 uomini, provenienti dalle campagne circostanti Palermo.
Erano guidate in buona parte da quegli stessi capisquadra che avevano partecipato all’invasione garibaldina del 1860. Si costituì il Comitato rivoluzionario che accolse molte personalità di spicco dell’aristocrazia siciliana: baroni, marchesi, principi. Come il marchese
di Torrearsa ed il principe Bonanno di Linguaglossa, il barone Pignatelli e Giuseppe de Spuches, poeta siciliano e principe di Galati Mamertino (ME). Presero parte alla rivolta anche Francesco Bonafede (patriota), già protagonista dell’insurrezione isolana del ’48. Candidati
a capi della ribellione Lorenzo Minneci, presidente del comitato e altre quindici persone, tra cui gli ecclesiastici padre Placido Spadaro e monsignor Benedetto D’Acquisto arcivescovo di Monreale. Parteciparono la maggioranza delle classi sociali. La guida politico-militare fu
appannaggio degli eredi del cosiddetto "partito di Giovanni Corrao", questi si distinse nella rivoluzione siciliana del 1848-1849 e nella spedizione dei ‘Mille’, nel 1862 divenne l'esponente maggiore del partito d'Azione a Palermo, fu assassinato, con sospetto di complicità
governativa. In seguito la guida passò all’amico Beppe Badia (ex garibaldino, luogotenente in Aspromonte), capopopolo che materialmente non poté partecipare alla rivolta perché in carcere, la folla tentò di liberarlo, senza successo. Altri capisquadra, riconosciuti autorevolmente
nei vari quartieri di Palermo e rappresentanti delle varie corporazioni e dei ceti artigianali, furono Francesco Bonafede (in seguito aderirà all’internazionale socialista), Salvatore Nobile, patriota, Francesco Pagano, Salvatore Miceli; infine vi erano i reduci delle rivolte del
l 1848 e del 1860. La rivolta segnò la rottura completa, politica e "sentimentale", tra i siciliani e lo Stato unitario italiano. Fu un violento pronunciamento contro sei anni di malgoverno, esercitato con l’arbitrio e la violenza dei colonialisti, voraci contro i siciliani,
caduti in uno stato di crescente miseria materiale dalle pesanti tasse, dall’introduzione della leva obbligatoria, sconosciuta con i Borbone, aumentò il numero di disertori, dalle oltraggiose e misure poliziesche di controllo. Tra le altre cause della rivolta: la cancellazione
della festa patronale di Santa Rosalia per il 4 settembre 1866, a Palermo (goccia che fece traboccare il vaso), l’incompetente gestione della sanità, con il colera che aveva mietuto vittime soprattutto nelle classi popolari di Palermo di quegli anni. Poi ancora: la soppressione
degli ordini religiosi, che per secoli erano stati il rifugio per molti indigenti; la “Terza guerra d’Indipendenza” (estate 1866) che seminò morte tra i coscritti siciliani, in particolare nella sciagurata battaglia navale di Lissa; la promessa, mai mantenuta, delle terre. In più
il clima non aveva favorito i raccolti: la fame aumentava. Inoltre i detenuti, accusati di simpatie borboniche o clericali, stavano per organizzarsi in sommosse.
C’era tutte le premesse per lo scontro feroce tra chi annettendo la Sicilia intendeva colonizzarla e chi da
quell’annessione si illudeva di essere affrancato da ogni forma di dispotismo. Palermo era il cuore della rivolta. Il sindaco asserragliato nella sede comunale con alcuni magistrati, il direttore delle carceri, aristocratici, proprietari terrieri, dirigenti e giornalisti.
Una volta entrati in città, nella notte tra il 15 ed il 16 settembre 1866, i rivoltosi rapidamente riuscirono a sollevare l’intera popolazione, con la consapevolezza della “giusta causa” per la quale si battevano, spinti ormai da una condizione che andava oltre ogni limite di
sopportazione. La ribellione fu imponente, fonti governative parlano di 35-40 mila uomini in armi. I 12 battaglioni della guardia nazionale erano in difficoltà a Palermo. E solo in seguito all’impiego di 40.000 soldati e soprattutto ai bombardamenti comandati dal generale
Raffaele Cadorna (padre di Luigi, l’artefice delle disfatta di Caporetto) , i sabaudi ebbero “ragione” sui rivoltosi. Si contarono migliaia di morti e migliaia di prigionieri, ma non cifre ufficiali, forse il nuovo stato unitario se ne vergognava. Palermo venne bombardata
dal mare dalla flotta italiana della Regia Marina che distrusse mezza città indifesa: piovevano granate nel panico generale.
Come al suo solito il generale Cadorna usò la mano pesante e proclamò il terzo stato di assedio in quattro anni. Forte di un esercito di 40mila uomini,
per 3 mesi il generale mise in pratica le tattiche e le strategie sperimentate quattro anni prima in Abruzzo: rastrellamenti, imposizioni di domicilio coatto, esecuzioni senza processo. Bersagli principali furono gli ecclesiastici, Cadorna li riteneva complici e anche ispiratori
diretti della rivolta. La repressione fu dura e senza sconti per il ruolo sociale che i rivoltosi ricoprivano. Essi comunque ebbero un comportamento rispettoso da veri rivoluzionari, non si abbandonarono a saccheggi e vendette personali o a ruberie, diverso fu il comportamento
delle truppe regie e governative una volta ristabilito l’ordine. In questo senso è significativa l’autorevole testimonianza del console di Francia a Palermo, De Sénevier (i capi rivolta chiederanno la sua mediazione ma i governativi rifiuteranno qualsiasi trattativa), così
scrisse: “I numerosi soldati ed ufficiali, che sono stati fatti prigionieri, non sono stati fatti oggetto di alcun cattivo trattamento. Tutti i consolati e le delegazioni straniere sono state rispettate. Questa condotta non è certo quella dei briganti, ma di veri rivoluzionari
che si rifanno ad un ideale, ad uno scopo politico ed a una giusta causa”. Invece in una lettera, un ufficiale dei granatieri, Antonio Cattaneo, a testimonianza delle atrocità commesse dai regi, scrisse ad alcuni amici:
“Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche
noi, fucilando quanti ci capitavano. Anzi il 23 Settembre, condotti fuori porta circa 80 arrestati si posero in un fosso e ci si fece fuoco addosso, finché bastò per ucciderli tutti”. ‘Ma ancor più raccapricciante, quando lo stato d’assedio posto dal generale Cadorna era stato
già revocato con il ritorno, si fa per dire, alla legalità, fu quanto accadde tra il 12 ed il 15 Gennaio del 1867. Due gruppi di detenuti, senza alcun processo e senza alcuna sentenza, furono fucilati dalle truppe durante la loro traduzione a Palermo. Stesso destino per altri 5
prigionieri provenienti da Misilmeri, fucilati ad un paio di chilometri dal capoluogo.’ (Ignazio Coppola, giornalista e scrittore, nato a Palermo nel 1944) La rivolta popolare e la conseguente repressione furono fatti talmente gravi per il neo Stato italiano, che si cercarono di
nasconderli. L’epidemia del colera aiutò il governo a tenersi vago sulle cifre dei morti, senza fornire dati esatti sulla repressione. ‘Secondo stime ufficiose, tra i militari le vittime erano state 3-400 con un migliaio di feriti. Tra i rivoltosi, invece, i morti furono non meno
di un migliaio, ma molti corpi vennero sepolti nelle fosse comuni e così non furono mai trovati. A confondere i calcoli contribuì il colera, diffuso in Sicilia dai soldati sbarcati dalla Tancredi. Una fonte parlò di 65.000 vittime dell’epidemia, altri stimarono 61.380. comunque
una strage.’ (Di Fiore) Quando il Generale Cadorna entrò a Palermo alla testa delle truppe vittoriose, furono arrestati: l’Arcivescovo di Monreale, l’ottantenne filosofo Benedetto D’Acquisto e il coetaneo Arcivescovo di Palermo Giovan Battista Naselli. I membri del Comitato
rivoluzionario furono processati: gli aristocratici rinnegarono di aver apposto le loro firme ai proclami affermando sul loro onore che avevano firmato, in stato di costrizione, evitarono l’onta del carcere cautelare e, subito dopo, prosciolti. Non misero manco piede in un aula
di tribunale. I tribunali militari speciali, foglie di fico insediate da Cadorna su pressione del primo ministro Bettino Ricasoli, con gli avvocati di fiducia della Corte per gli imputati palermitani, con l’ausilio di interpreti con il compito di tradurre dal siciliano
all’italiano o al francese, condannarono al carcere 1227 persone, 256 frati furono spediti al confino. 307 processi con 679 assolti e 500 rinviati a giudizio. Poco più di un anno dopo, il 21 ottobre del 1867, sul Monte Pellegrino (Palermo) fu issata da ignoti un enorme bandiera
rossa con al centro l’immagine di Santa Rosalia. La Sicilia non fu mai capita, molti, dopo l’indagine della commissione parlamentare del 1867 che comportò piccolissime migliorie, si resero conto di non aver avuto idea di cosa fosse davvero la Sicilia. Allora nessuna meraviglia
sull’esplosione palermitana, così violenta, della Rivolta del Sette e mezzo. Non sarebbe stata l’ultima. Triste constatare come calò l’oblio, per molto tempo, su quella parte di storia che per l’identità di un popolo è peggio della sconfitta.
#IvanaRacconta

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