Ivana Abbasta
Ivana Abbasta

@I_Mosti

44 تغريدة 4 قراءة Aug 01, 2024
LA FOTOGRAFIA “CRIMINALE”: LA MACABRA MESSINSCENA. I CORPI DEI BRIGANTI OLTRAGGIATI DAGLI UFFICIALI PIEMONTESI.
“Dal mese di Maggio 1861 al febbraio 1863 noi abbiamo ucciso o fucilalo 7000 briganti. Non so niente altro, non posso dire niente altro.” Con queste parole,
il generale La Marmora depose nel maggio 1864 davanti alla Commissione di inchiesta parlamentare sul brigantaggio. Un tragico periodo, un tragico fenomeno inevitabile sviluppatosi in conseguenza alla formazione dello Stato Italiano e che vide le masse contadine impegnate,
strumentalizzate dalle forze reazionarie, in una disperata guerra, che ebbe momenti di violenza indiscriminata con massacri, carneficine, lotte, stupri ed eccidi di massa e che determinò da parte piemontese misure repressive “con eccessi ìnescusabili”. Le cause oggettive del
brigantaggio, del suo essere un durissimo, spontaneo, quanto impotente scontro di classe furono le scelte economiche e politiche dell’appena sorto Stato Italiano. La popolazione, ostile ai nuovi governanti “piemuntisi”, proteggeva i briganti, considerati uomini vendicatori di
ingiustizie e repressioni, di cui era vittima; le terre non infeudate passarono celermente in possesso ai ricchi borghesi “unitaristi” e ai contadini, defraudati dei loro secolari diritti d’uso (gli usi civici), rimasero due possibilità: “o brigante o emigrante”. Da evidenziare
che una delle tante anime del brigantaggio era la componente religiosa: frati e sacerdoti erano presenti in gran numero nelle schiere degli insorgenti, sebbene fossero passati per le armi in caso di cattura; i vescovi, sebbene spesso scacciati dalle loro sedi, come avvenne
all’arcivescovo di Napoli, Sisto Riario Sforza, sostennero validamente l’insurrezione, promulgando pastorali di tono antiunitario e ribadendo le proteste provenienti dalla Santa Sede. Nel 1861 in 57 su 84 diocesi del Sud i vescovi erano impossibilitati ad esercitare le loro
funzioni per l’opposizione del nuovo regime. Carmine Donatelli Crocco una delle più grandi e carismatiche figure del “brigantaggio”, per tanti combattenti punto di riferimento, generale dopo le tante lotte di sangue e di terrore, nella sua autobiografia scritta durante la
prigionia, disse: “In generale la pleba fu spesso potente ausilio in tutte le nostre imprese, Cotesto aiuto, quasi sempre spontaneo, era conseguenza dell’odio innato del popolo nostro contro i regi funzionari e contro i piemontesi causa non ultima gli effetti della legge Pica ed
il modo sprezzante con il quale gli ufficiali usarono trattare la popolazione facendo d’ogni erba un fascio.” Come fece il generale La Marmora che definì i 7151 uomini uccisi o fucilati tutti ‘briganti’, lui che, complice il governo per distruggere il brigantaggio, aveva fatto
scorrere un fiume di sangue senza pensare ai rimedi ma bruciando le vite di migliaia di esseri umani. La reazione, contro la violenza ‘padronale’ e repressiva del nuovo Stato, da parte dei briganti fu dura e furiosa, il sangue ribolliva nei giovani briganti, molti dei quali
persero la vita prima dei 30 anni, ribolliva in giovani donne agguerrite, coraggiose, come Michelina De Cesare, catturata, torturata affinché rivelasse i nomi dei partigiani, e visto che si rifiutava di farlo, fu fucilata e fotografata prima e dopo il supplizio. Era il 30 agosto
1868: un’immagine cruda. Il nudo della donna uccisa denuncia l'esibizione evidente del trionfo del cacciatore sulla preda. Le atrocità di quella guerra non si arrestavano: il nuovo governo italiano, per incutere paura e per contrastare con ogni mezzo il Brigantaggio, si affidò
alla fotografia ingaggiando tra i più importanti fotografi che operavano nel Meridione, essi avrebbero avuto il compito di congelare l’attimo del terrore, della morte, della paura, operando una messinscena macabra per tramandare l’immagine brutta dei ribelli: sporchi e rozzi.
Anche così fu combattuta la guerra ai briganti. Nessuno pietà neanche da morti. Tra i fotografi autorizzati da Torino, un posto di rilievo lo ebbe il celebre fotografo casertano Emanuele Giuseppe Russi (servì l’esercito dal 1864 al 1870), il quale venne contattato dal generale
genovese Emilio Pallavicini di Priola, uno dei comandanti della repressione al Sud, in particolare in Basilicata e nel Beneventano, usò forti somme di denaro per pagare i delatori, incaricò Russi di riprendere i briganti nelle pose più svariate e di preparare dei bei ritratti
delle guardie nazionali. Occorreva far sapere al resto dell’Italia e all’Europa che i ribelli erano rozzi criminali violenti e che i soldati laggiù stavano difendendo la civiltà e la vita delle “persone per bene”. Russi con le sue ingombranti attrezzature fotografiche, si recò,
con una carrozza ferroviaria messa a disposizione dalle forze militari, nei luoghi dove erano avvenuti importanti arresti di capi banda e di briganti, molti dei quali violentemente trucidati dai militari piemontesi e, messi “in posa” per l’occasione, nonostante la loro morte.
Quei corpi non ebbero pace, né degna sepoltura. E’ il caso di Antonio Curcio di Aversa che, fucilato nel 1870, all’arrivo del fotografo, il suo cadavere ripulito, venne posizionato con gli occhi aperti su una sedia, in posa tra il sacerdote a sinistra, che sorregge una candela e
un crocifisso, e il soldato con il fucile (forse l’esecutore), baionetta innestata sulla spalla in posizione di riposo. La figura del prete è rara nelle fotografie, fu qui introdotta per voler mostrare che i sacerdoti erano dalla parte dei sabaudi, per controbattere le voci che
li ponevano dalla parte opposta. Invece molti preti lottarono e morirono per difendersi da quell’invasione. La crudeltà di quella guerra civile dunque si palesò con gesti disumani come l’esposizione in pubblica piazza dei cadaveri insepolti dei briganti o delle loro teste
mozzate conservate in apposite teche trasparenti o anche nelle frequentissime macabre fotografie di briganti uccisi. Guardiamo attraverso l’obiettivo della macchina dei fotografi “autorizzati” dalla propaganda Savoia, dai loro ufficiali e osserviamo la messa in scena. Immagini
raccapriccianti, da pelle d’oca: il capobrigante Nicola Napolitano, detto il Caprariello, che agiva nell’Avellinese con la testa tenuta alzata dal brigadiere che lo ha ucciso, lo tiene fermo per i capelli perché la testa non cada in avanti, quasi fosse un animale, per mostrare la
devastazione della bocca operata dal colpo inferto. Il calcio del fucile del soldato in evidenza come se fosse pronto a colpire il bandito. Altre immagini: il leggendario Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, da Avigliano. Divenne, per il coraggio e la capacità di
combattimento, il braccio destro di Carmine Crocco. Il corpo senza vita di Ninco Nanco, occhi chiusi, riverso, non perde la sua fiera bellezza. Un’altra foto: vincitori e vinti, poco prima del momento della fucilazione; i primi otto sono in piedi, con fucili con baionetta
innestata, seri e contriti; i secondi seduti, tenuti per le spalle da mani di cui non si distinguono i padroni, con l'eccezione del quarto, trattenuto per il bavero, che ha sul viso un sorriso che sembra una smorfia ironica. Orrendamente trucidati i corpi e i volti del
capobrigante Vincenzo Palmieri e dei tre uomini catturati con lui. L’effetto da trasmettere è la rozzezza di quelle persone. Corpi stesi come monito per tutti. Il brigante calabrese Papa con occhi sbarrati della morte, legato su una scala per tenerlo dritto, con i segni delle
ferite sul torace non coperto. La foto di Michele Caruso avvolto nella camicia di forza, doveva dare l’impressione della preda domata, dell’animale in gabbia. Ancora più sconcertante fu che molte di quelle immagini “adulterate” diventarono le piccole “carte de visite”, vendute
come cartoline venivano acquistate a Torino a prezzi elevati. Se uno di quegli acquirenti si fosse avvicinato alla foto con una lente d’ingrandimento, avrebbe scoperto dettagli e particolari da non credere. I corpi dei banditi uccisi sono legati, in piedi, ad un albero e hanno lo
schioppo in mano, perché dovevano sembrare vivi. Corde e cinturoni appaiono quasi sempre nascosti. Stecchini di legno per tenere gli occhi aperti. Alcuni fotografi, anche in privato si recavano nei luoghi dove risiedevano le bande di briganti, impazienti di ritrarre nei loro
scatti le immagini di questi uomini. Così ci sono anche foto di brigantesse, fiere ed indomite, che guardavano diritto nell’obiettivo della macchina fotografica, vestite nei loro costumi contadini, con le armi da fuoco in mano. Le fotografie, erano strumenti indispensabili per
le autorità militari, per poter identificare meglio i briganti, fu in quel periodo che nacque la foto segnaletica effettuata grazie al contributo degli interessati ignari del fine di quegli scatti. Gli stessi fotografi, a beneficio delle forze militari, facevano pervenire ai
giornali nazionali le foto dei briganti, in modo da diffondere la sconfitta di essi. I briganti furono immortalati anche da fotografi d’oltralpe come il francese Alphonse Bernaud che, nel corso dell’unificazione nazionale fotografò i ribelli sia vivi che morti, tanto da esporre
la sua collezione di fotografie presso l’atelier che aveva in via Toledo a Napoli. Le fotografie dei capibanda e dei loro luogotenenti più fidati, in realtà ci restituiscono atteggiamenti e sguardi consapevoli, determinati e fieri con i quali si confrontano i vincitori, mostrando
qualcosa d'altro che la ferocia e la crudeltà “animalesca” ad essi attribuite dalla propaganda del neo Stato. Le immagini restituiscono la dimensione umana dei protagonisti di vicende drammatiche e tragiche che lottarono per la propria patria. La propaganda degli invasori
“lavorava” senza sosta per far passare il messaggio di Cesare Lombroso che definiva il brigante come un essere bruto e barbaro, il medico affermava che riusciva a riconoscere se un individuo potesse essere delinquente o meno, soltanto attraverso l’attenta e scrupolosa
osservazione di alcuni lineamenti fisici, del cranio in particolare. “Il criminale è un essere atavistico che riproduce sulla propria persona i feroci istinti dell’umanità primitiva e degli animali inferiori”. In base a questo suo assunto, Lombroso praticò, senza remora alcuna,
i più crudeli interventi su uomini e donne ritenuti criminali per misurare parti del cranio e del corpo. Egli, laureato in medicina e chirurgia, venne inviato nel sud Italia come componente del corpo di “Sanità militare” di cui faceva parte dal 1859. Avviò uno studio statistico
sui meridionali, per analizzare le “cause delle devianze” che portavano al brigantaggio. Entrò in possesso “illecito” di resti umani dei briganti. Riuscì ad ottenere illegalmente le spoglie del celebre brigante di Sonnino (Latina), Antonio Gasbarrone. Le pratiche di Lombroso si
rivelarono nient’altro che soprusi perpetrati indiscriminatamente su soldati e contadini del Sud durante il periodo di “unificazione”, i cui resti, oltraggiati e fotografati, sono esposti ancora oggi come “premi di studio scientifico”. Lombroso voleva dimostrare che i
Meridionali avevano una predisposizione innata per il crimine, considerazione che oggi definiremmo razzista era pienamente legittimata dalla cultura e nei rapporti ufficiali dei vertici militari piemontesi: gli abitanti del Sud erano paragonati a ”incivili beduini”.
“La ribellione venne spiegata in un unico modo: l’inferiorità culturale di quella gente che non riusciva ad apprezzare la civiltà e il progresso che le erano stati offerti. E gli studi, così come le fotografie, ebbero anche l’obiettivo di dimostrare quella teoria.”
(Controstoria dell’unità d’Italia di Gigi Di Fiore)
Ed infine, “Il brigantaggio fu anche il primo e determinante banco di prova delle narrazioni, infarcite di pregiudizi, che gli italiani del Nord costruirono sugli italiani del Sud. Ne furono strumento le fotografie
propagandistiche scattate dopo le azioni militari.” (I briganti di Gigi Di Fiore)
#IvanaRacconta
Grazie come sempre a tutti 🙏
@lastregatriste @Ka52MadWorld Grazie per il costante supporto 💛❤️

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