Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

23 تغريدة 15 قراءة Aug 18, 2023
Il 15 febbraio 2019 è apparsa sui giornali una notizia che avrebbe dovuto farci almeno riflettere.
Nessun colpevole per quella strage.
L'archiviazione disposta dal gip militare di Roma Elisabetta Tizzan dopo una lunga indagine condotta dal procuratore militare di Roma De Paolis.
Dopo 76 anni dalla strage 9 degli 11 indagati sono morti, e per altri due non è stato possibile identificarli compiutamente.
11 persone iscritte nel registro degli indagati per il reato di "violenza con omicidio contro privati nemici, aggravato dalla crudeltà e premeditazione”.
Gli undici comprendevano: il generale Benelli, comandante della Pinerolo, il generale Angelo Rossi, comandante del terzo corpo d'armata e nove graduati, in gran parte del Gruppo Battaglioni d'assalto Camicie nere "L'Aquila".
Il Pm ha scritto.
I principali autori del fatto “sia chi dispose e organizzò la spedizione criminale, sia chi ebbe a eseguire materialmente le uccisioni, obbedendo ad ordini manifestamente criminosi" risultano essere morti o ignoti, come i due Capi Manipolo delle Camicie Nere Penta e Morbiducci.
Tempo fa qualcuno ha detto che “non fare i conti fino in fondo con il proprio passato è pericoloso. Soprattutto per il futuro”.
La storia che sto per raccontare fu qualcosa di orribile.
Non cercatela nei libri di storia.
Non c'è.
A molti di voi il nome “Domenikon” non dirà niente, eppure è, e rimarrà una pagina nera della nostra storia, una macchia indelebile sulle nostre coscienze.
Siamo in Grecia.
Le truppe italiane l’hanno occupata con l’aiuto dei tedeschi.
È il 16 febbraio del 1943.
La tragedia era iniziata qualche giorno prima, quando era giunta al quartier generale dell’EL.A.S (Esercito Nazionale Popolare di liberazione) di Oxias, la notizia che le truppe italiane si stavano preparando a procedere nella zona con operazioni di sgombero.
In Grecia il movimento partigiano era formato dalle formazioni dell'E.A.M. (Fronte Nazionale di Liberazione) e dell'EL.A.S. (Esercito Nazionale Popolare di Liberazione).
Per bloccare gli italiani, i partigiani greci decisero di tendere un’imboscata sulla strada tra Domenikon e Mylogousta.
Quando verso le 10 del mattino una colonna italiana con sei auto e due motocicli aveva cercato di passare, i partigiani avevano aperto il fuoco.
Sul terreno rimasero 9 italiani tra cui un motociclista . L'altro era riuscito a scappare, andando a chiedere rinforzi.
Infatti dopo poco gli aerei italiani, a bassa quota, avevano iniziato a bombardare gli uomini dell'ELAS che si erano dispersi tra le montagne della zona.
Fu del generale della 24ª Divisione fanteria "Pinerolo", Cesare Benelli, la decisione di vendicarsi sulla popolazione civile.
Centinaia di soldati distrussero il villaggio di Domenikon radunando gli abitanti nella piazza del paese.
Iniziando la «separazione»
“In quelle rappresaglie era applicato un «codice maschile», per cui si fucilavano tutti i maschi ritenuti abili alle armi, dai ragazzi di 14 anni agli uomini maturi. Le donne e i bambini venivano risparmiati, anche se spesso finivano nei campi di internamento”.
E così avvenne.
Le donne e i bambini furono rilasciati ordinando loro di dirigersi verso il villaggio di Amouri.
Gli italiani avevano una lista di nomi degli abitanti data dal sindaco Nikos Hotos.
E diedero inizio al massacro.
Iniziando da due fratelli, Georgios e Vangelis Zagkas
Giustiziarono il primo, tagliandogli la carotide con un pugnale e il secondo con un colpo di fucile.
Dopo i due fratelli altre 20 persone vennero giustiziate sul posto.
Agli altri venne detto che sarebbero stato portati al campo di concentramento di Larissa per essere interrogati
Dopo una marcia di oltre dieci Km. diversi prigionieri furono uccisi, ma anche contadini che stavano lavorando nei campi e non sapevano cosa stesse succedendo.
Bruciarono tutte le case che incontrarono.
Alle 22:30 il comandante Benelli ordinò l'esecuzione di tutti i prigionieri.
“I soldati italiani hanno diviso gli uomini in gruppi di 7 iniziando a sparare contro di loro.
Coloro che non sono morti immediatamente hanno ricevuto il colpo di grazia.
In breve tempo furono giustiziati 135 uomini”.
“La morte più tragica fu quella dal parroco del villaggio, Papa-Dimitris, che stava cercando di convincere gli italiani che i prigionieri erano civili e innocenti. Ad un certo punto un italiano lo ha afferrato e ha cominciato a sradicargli la barba”.
“Poi gli ha dato fuoco e mentre il sacerdote ardeva vivo, iniziarono a deriderlo. Poi un italiano pose fine alla sua vita con la sua mitragliatrice”.
Si salvarono in sei.
Uno riuscì a scappare tra i boschi e cinque rimasero “sepolti”, ma ancora vivi, sotto i numerosi corpi.
Al termine del massacro, i soldati italiani si diressero a Tyrnavos continuando a sparare contro chiunque incontrassero per strada.
Il bilancio totale delle vittime fu di 194 civili e centinaia di case bruciate.
Dopo quella strage gli italiani si macchiarono di altri eccidi.
Il 12 marzo a Tsaritsani, per esempio, non lontano da Domenikon.
Gli italiani fucilarono in piazza più di 40 civili, per lo più anziani, che non avevano fatto in tempo a fuggire sulle montagne,
Non contenti diedero fuoco a più di metà delle abitazioni.
Poi fecero lo stesso a Oxinia, Farsala, Neapoli. Bersagli di distruzione e violenza ingiustificate a tal punto che gli italiani vennero ripresi dai tedeschi “per la repressione sistematica portata avanti dalle truppe italiane”.
Gli abitanti di Domenikon hanno sempre richiesto la giusta punizione per quella orribile strage.
Ricordate l’indagine del procuratore militare di Roma De Paolis conclusa nel 2019 con una richiesta di archiviazione perché i responsabili erano ormai morti o introvabili?
Dopo quella richiesta il procuratore inviò una lettera ai familiari delle vittime per chiedere scusa a nome della procura militare e suo personale.
«Ho scritto quella lettera per senso di giustizia e per cercare di lenire l’imbarazzo per l’inerzia della giustizia italiana».

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