𝕃𝕒 𝕊𝕥𝕠𝕣𝕚𝕒 𝓮 𝓵𝓮 𝓘𝓭𝓮𝓮
𝕃𝕒 𝕊𝕥𝕠𝕣𝕚𝕒 𝓮 𝓵𝓮 𝓘𝓭𝓮𝓮

@lastoriaeleidee

22 تغريدة 2 قراءة May 01, 2023
Fra il 1959 e il 1963, la produzione annua di autoveicoli quintuplica salendo da 148.000 a 760.000 unità, i frigoriferi da 370.000 diventano 1.500.000, le lavatrici passano da 72.000 a 262.000 e i televisori a 634.000.
Benvenuti nell'Italia del Boom!
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A metà degli anni '50 l'Italia è ancora un paese sottosviluppato: la maggior parte della popolazione è ancora occupata nell'agricoltura, spesso in situazioni di sottoccupazione in specie al Sud e con percentuali appena migliori anche nel Centro e nel Veneto.
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Gli altri italiani lavorano in piccole aziende arretrate, pubblica amministrazione, negozi e piccoli esercizi commerciali. Il reddito medio è molto basso e solo poco più del 7% delle case ha i servizi essenziali.
L'emigrazione è ancora spesso l'unica soluzione.
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Un nucleo di industria sia privata che pubblica, nelle mani dell'IRI di origine fascista, è però presente nel famoso "triangolo industriale" e l'adesione al Mercato Europeo Comune prevista per il 1957 le impone di investire e di competere nel mercato dei beni manifatturieri.
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Gli investimenti crescono così dal 4,5% del PIL del 1953 al 6,3% del 1963 insieme all'occupazione industriale che arriva ad oltre il 37% nel 1961, il PIL stesso cresce ad un media di oltre il 6%.
Le esportazioni di merci verso il MEC arrivano al 40% del 1965 dal 23% del 1953.
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Se sono così le esportazioni il volano del "Miracolo Italiano" con incrementi di quasi il 15% annui, seguendo la teoria classica dello sviluppo "export-led" dei paesi emergenti, bisogna però sottolineare le premesse sottostanti al successo di questo modello nel caso italiano.
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Il più importante e mai abbastanza evidenziato è che, grazie alla disoccupazione/sottoccupazione, il differenziale di salario dei lavoratori rispetto ai competitori europei è particolarmente grande e responsabile per il 60% della competitività delle esportazioni italiane.
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Tale differenziale si cerca di mantenerlo non remunerando proporzionalmente il lavoro rispetto alla produttività: fra il '53 e il '61 ad un aumento della produttività del 84% i salari crescono di poco di più della metà, nei comparti industriali lo scarto è molto più grande.
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L'altro fattore sono i consumi interni precedenti alla crescita export-led, stimolati dalla politica di spesa e di intervento pubblico della DC fanfaniana: grossi investimenti infrastrutturali, la ristrutturazione delle partecipate statali e la nascita dell'ENI di Mattei.
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Strade, ferrovie, energia a prezzo conveniente, la vera palla al piede allo sviluppo nazionale che il fascismo non riuscì mai a risolvere, sono i presupposti sia per l'efficienza del sistema, sia l'inizio di un circolo virtuoso di crescita basato su consumi e investimenti.
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Non va nemmeno sottovalutata la bassa pressione fiscale del periodo, notevolmente inferiore a quella di paesi che avevano già sistemi di welfare avanzato come Germania, Francia o UK.
E dove non bastano le basse aliquote supplisce l'occhio distratto dello Stato sull'evasione.
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All'inizio degli anni '60 l'economia italiana è trasformata, ma anche la società.
Il paese prevalentemente agricolo non c'è più.
Gli addetti dell'industria superano quelli agricoli.
Le zone montane e rurali si spopolano e c'è una fortissima immigrazione interna dal sud.
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L'aumento dell'occupazione e dei redditi e la loro stabilizzazione portano piano piano i beni di consumo e i servizi anche nelle case delle classi lavoratrici.
L'auto rimane ancora l'oggetto del desiderio, ma non è più un sogno riservato solo alla alta borghesia.
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Non tutto è però perfetto, anzi.
La crescita export-led comporta una dualizzazione dell'economia italiana che persiste fino ad oggi: da una parte le imprese che "lavorano per l'estero", efficienti e capaci quindi di generare valore aggiunto e volendo anche innovazione.
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Dall'altra le aziende che si concentrano sui consumi interni che, rimanendo questi comunque sempre inferiori agli altri grandi paesi europei, non raggiungono mai il livello necessario per essere competitive, specie nel comparto dei servizi e del piccolo commercio.
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Il dualismo economico accentua il dualismo territoriale fra Nord e Sud che diventa anche un dualismo sociale.
Il Nord richiederà alla politica sempre più welfare, il Sud continua, come prima, a chiedere lavoro, purchessia, e si affida per il resto alle reti famigliari.
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Inoltre avere una produzione industriale così dipendente dall'export e dal differenziale di salari comporta la fragilità intrinseca di essere dipendente sia dal mantenimento di questo squilibrio, sia dai rallentamenti periodici dell'economia mondiale.
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Il primo grosso scricchiolio avviene fra il 1963 e il 1964 quando in una situazione di quasi piena occupazione i sindacati riescono a recuperare la forza necessaria per chiedere aumenti salariali importanti facendo aumentare consumi e inflazione e diminuire l'export.
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È la famosa "congiuntura", superata attraverso un inasprimento monetario della Banca d'Italia di Guido Carli e a un prestito USA di oltre un miliardo di dollari.
La lira è "salva" e non svaluta ma anche se l'economia si riprende velocemente il "miracolo" è oramai finito.
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Nel mentre è entrato in maniera talmente forte nell'immaginario nazionale che si cerca ossessivamente di ricrearlo con politiche economiche da paese emergente, e non oramai pienamente sviluppato, col risultato che un paese emergente stiamo tornando ad esserlo di nuovo.
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Per approfondimenti consigliamo:
Valerio Castronovo
Storia economica d’Italia - Dall'Ottocento ai giorni nostri
@Einaudieditore, 2021
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@Einaudieditore Augusto Graziani
Lo sviluppo dell'economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea
Bollati Boringhieri, 2000
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