Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 21 قراءة Apr 25, 2023
Mi chiamavano “il tessitore”, ma sono sempre stato per tutti solo il “Bepi”.
Per il mio carattere, per quello che ho passato e per come è finita, la voglia di raccontarvi la mia storia è poca, anzi pochissima.
Ma per Johannes deve essere raccontata.
Dice che la gente deve sapere.
Mi chiamo Giuseppe Signorelli e sono nato a Bergamo il 18 settembre 1907.
Come molti ragazzi ho frequentato le scuole professionali indirizzo meccanico, riuscendo ad entrare ancora giovane alla Dalmine.
Con una mansione che mi aiutò moltissimo, quando venne il momento.
Ero addetto alla manutenzione delle macchine da scrivere negli uffici.
Quindi con assoluta libertà di movimento. Di più. Avevo la possibilità di conosce i dirigenti.
Come accadde a molti, io non aspettai l’8 settembre. Iniziai ancora prima della guerra.
A fare opera di proselitismo, intendo.
A creare una rete clandestina antifascista.
Devo dire che sono stato fortunato.
Alla Dalmine appena capivo che qualcuno, operaio o dirigente aveva le mie stesse idee, gli raccontavo di quella rete.
Nessuno mi ha mai denunciato.
Forse perché un fascista si riconosce subito.
E io da quelli stavo alla larga. Alla larghissima.
Di giorno lavoravo e di notte ci riunivamo per discutere.
Quasi sempre in casa Quarti, dove più tardi conobbi Ugo La Malfa.
Lavoravo, facevo riunioni con antifascisti e studiavo. Soprattutto testi di economia e problemi del lavoro, cosa che mi permetterà in seguito di dibattere con studiosi della materia.
Scrivevo anche articoli su “Voci d’Officina”, organo del Partito d’Azione.
Naturalmente feci anche altro.
Come il 26 luglio del 1943 quando venni a sapere che il Direttore tecnico Zampi avrebbe parlato agli operai della Dalmine dalle scale della direzione.
Lo avevo studiato nei minimi particolari.
Il piano era di agire alla fine del discorso.
Gli operai avrebbero riservato al direttore la giusta riprovazione.
Proprio in quel momento, così dissi al Sottocornola, noi avremmo dovuto sottrarre le armi dai magazzini delle guardie per consegnarle poi a Bergamo agli uomini del PdA.
Fu la mia prima azione.
Rubammo le armi, e le nascondemmo nel campanile di Lallio.
Per recuperarle più tardi.
Alla fine di agosto venni nominato Vicecommissario del sindacato
Una rete di amici che dopo l’8 settembre entreranno a far parte della Commissione clandestina di fabbrica
Dopo l’8 settembre i fascisti entrarono in azienda per arrestarci.
Fuggii, pensando al dopo.
Lo ripetevo a quelli che ”non vedono altro che la lotta di classe e la dittatura di una classe sull’altra”.
Ci vogliono “sindacati non apolitici […]ma sindacati indipendenti dai partiti”
Nel frattempo dovevo selezionare gli elementi necessari a formare squadre di combattimento. Procurando i mezzi necessari a quelli che volevano costituire una banda partigiana.
Ma quando c’era da combattere non mi tiravo certo indietro.
Come quando a Milano venni a sapere che per colpa di una spia era stato ucciso Sergio Kasman in Piazza Lavater.
Sergio, a soli 24 anni, era stato nominato su indicazione di Ferruccio Parri, Capo di Stato Maggiore del Comando Piazza di Milano.
Piombai a Milano e con altri due compagni catturammo la spia.
Un incidente mi impedì di fare giustizia, ma da quel giorno presi il posto di Sergio.
Era il 24 maggio del 1944 quando venni arrestato in Piazza Fontana a Milano.
Tentai la fuga, ma venni ferito e trasportato in barella al comando della Legione “Resega” in Piazza San Sepolcro.
Mi dissero che sarei stato fucilato all’Arena l’indomani.
Durante il tragitto un allarme aereo.
Approfittai del caos per mischiarmi alla gente scesa da un autobus.
Ero ancora capo di Stato maggiore della Piazza di Milano quando ci fu la liberazione delle città del nord, comandante partigiano delle Brigate Giustizia e Libertà.
Con la nomina di Ferruccio Parri a Presidente del Consiglio entrai a far parte della Consulta Nazionale.
Deluso di quello che stava avvenendo.
A cosa era servita la Resistenza?
Non volevo arrendermi.
Avevo capito che la Resistenza sarebbe morta nel grigiore della politica tra mediazioni e compromessi. Quando capii la brutta piega mollai tutto.
Che significavano quelle parole dette e ripetute da Togliatti, Nenni e De Gasperi?
“Clemenza per i piccoli e intransigenza per i grandi” Per poi aggiungere.
”Bisogna punire solo chi ha compiuto atti di sevizie gravi e provate”.
Io mica li capivo.
A quella stregua Robespierre e Lenin che avrebbero dovuto fare?
Sono certo che il re di Francia o lo zar di Russia non avevano seviziato e ucciso personalmente nemmeno un suddito.
O fatto parte di un plotone di esecuzione.
O guidato un rastrellamento.
La Corte straordinaria di Bergamo aveva assolto quel Piero Pisenti, ministro della Giustizia della Repubblica di Salò.
Perché? Spiegatemi il perché?
Il Pisenti aveva firmato, con Mussolini, quel bando che era costata la vita a tanti giovani.
Perché stava accadendo tutto questo?
Quei tre, e mi riferisco a Togliatti, Nenni e De Gasperi, non capiscono che se non tagliamo il male alla radice quel male continuerà a crescere intorno a noi?
Io non chiedo vendetta, io voglio giustizia.
Quella vera.
Altrimenti a che sono serviti tutti quei ragazzi morti?
C’era io, Bepi Signorelli, al comando della formazione della GL che aveva arrestato Piero Pisenti il 21 giugno 1945.
I miei compagni erano intenzionati a fucilarlo, come previsto da un decreto del CLNAI.
Fui io a oppormi, insieme al Solari.
Per un processo giusto e equo.
Invece
Il Pisenti venne assolto perché sostenne la tesi di aver aderito alla Rsi per evitare guai alla popolazione. E non aveva mai prestato giuramento alla RSI. Quindi, pur esercitando le funzioni di ministro, firmato bandi ecc., in pratica non era mai stato un vero ministro.
Assurdo
Perché sul decreto del 18 aprile 1944 n. 145 che prevedeva la pena di morte per coloro che si erano uniti alle “bande operanti contro le organizzazioni militari e civili dello Stato” c’era anche la sua firma oltre quella di Mussolini e Graziani.
Quante morti aveva causato?
Nel 1977 Piero Pisenti pubblicherà un libro pieno di bugie e mistificazioni. Sarà troppo per il Bepi.
A cosa era servita la Resistenza?
“Non è andata come volevamo, anche se gli ideali di allora restano però sacrosantamente validi e sempre vivi, anche se oggi vengono calpestati”
Sempre più solo, isolato, abbandonato da tutti, il Bepi decide di togliersi la vita nella sua casa di Milano.
E’ il 2 ottobre 1995.
Sui giornali un brevissimo necrologio sulla sua coraggiosa partecipazione alla Resistenza.
Nulla più.

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