𝕃𝕒 𝕊𝕥𝕠𝕣𝕚𝕒 𝓮 𝓵𝓮 𝓘𝓭𝓮𝓮
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@lastoriaeleidee

21 تغريدة 93 قراءة Apr 22, 2023
Siamo nel dicembre 1952.
La DC di De Gasperi alle ultime elezioni locali ha ottenuto un ottimo risultato, ma ha suonato un campanello di allarme: ha perso 2 milioni di voti rispetto alle politiche del 1948.
Nel giugno '53 ci sono di nuovo le politiche.
E questo è un problema.
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«Il dato obiettivo è che a quattro anni dal 18 aprile (1948 N.d.R.) le sinistre si sono consolidate, la destra risorge e il margine della democrazia è al 51%.» sostiene Zaccagnini in una riunione del gruppo parlamentare DC di giugno.
Anche gli USA sono parecchio nervosi.
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La situazione internazionale è infatti notevolmente peggiorata.
La “Guerra Fredda” è diventata calda in Corea, dove le forze ONU, capeggiate dagli USA, combattono direttamente contro delle forze comuniste.
In Italia il Vaticano spinge per emarginare le forze di sinistra.
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Scrive De Gasperi «...si crede che la democrazia sia troppo debole per resistere all’estrema. Se non riusciamo ad imprimere una direttiva più concretamente epurativa e resistente contro il comunismo, ogni azione contro il fascismo verrà considerata un errore e un pericolo.»
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La soluzione sembra obbligata: un sistema elettorale che garantisca che quel 51% di cui parla Zaccagnini pesi molto di più in Parlamento, con un premio di maggioranza che assegni due terzi dei seggi della Camera allo schieramento che superi la maggioranza assoluta dei voti.
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Il sistema precedente era un proporzionale quasi puro, con una bassissima soglia di sbarramento, in ossequio alle teorie politologiche allora molto in voga di Hans Kelsen, che vedono il compromesso fra le forze politiche come un valore fondante della democrazia.
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La nuova legge elettorale arriva alla Camera a dicembre ed è subito scontro parlamentare.
Il PCI infatti vuole evitare di portare la protesta in piazza, dove potrebbe essere strumentalizzata addirittura per metterlo fuori legge, ma la sfoga attraverso l’ostruzionismo.
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A gennaio ‘53 le migliaia di emendamenti a cui si accompagnano interminabili discorsi, sono riusciti a fermare l’approvazione della legge.
Il 14 il governo decide di porre la fiducia, una forzatura che sarà replicata solo dopo oltre 6 decenni.
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Passato lo scoglio della Camera la legge arriva al Senato dove De Gasperi ripete l’8 marzo la richiesta di fiducia sul testo.
Il presidente del Senato, il liberale Paratore, si dimette per protesta, sostituito dall’indipendente Meuccio Ruini.
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Ruini approfitta di una seduta durante la domenica delle Palme, il 29 marzo, per porre al voto la questione di fiducia.
L’aula del Senato esplode in una vera e propria battaglia.
Inizia Pertini che apostrofa Ruini con “Lei non è un presidente, è una carogna, è un porco!”
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Un altro socialista, Emilio Lussu, nonostante l’età, scavalca agilmente i banchi per andare a schiaffeggiare Ugo La Malfa, suo ex compagno e rivale nel Partito d’Azione.
I senatori comunisti assaltano lo scranno del presidente, contenuti a stento dai commessi.
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Ruini cerca di scappare ma viene colpito da un oggetto lanciato da chissà chi che gli apre uno squarcio in fronte.
Anche il governo abbandona di corsa l’aula, lasciando indietro il solo sottosegretario Giulio Andreotti che indossa per protezione un cestino a mo’ di elmetto.
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La votazione viene comunque svolta anche se i verbali sono pieni di incongruenze tali che il comunista Scoccimarro, uno dei più esagitati, risulta aver addirittura votato a favore.
Ma non c’è tempo per contestarla: il presidente Einaudi scioglie immediatamente le camere.
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De Gasperi ha la sua legge ma la campagna elettorale è una nuova battaglia.
Da una parte gli USA con la nuova ambasciatrice, la feroce anticomunista Clare Boothe Luce, minaccia la sospensione degli aiuti economici in caso di sconfitta della DC.
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Dall’altro lato la strategia di Togliatti di non ricorrere alla piazza ma di fare una battaglia parlamentare gli procura “alleati” che non si sarebbe aspettato: Ferruccio Parri e Pietro Calamandrei si staccano dalla maggioranza e corrono con un loro partito: Unità Popolare.
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Addirittura il PLI subisce una scissione con alcuni parlamentari che non vogliono partecipare al listone governativo assieme alla DC, il PRI, il PSDI e i localisti sardi e altoatesini, e formano Alleanza Democratica Nazionale che si presenta da sola.
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Il risultato delle elezioni del 7 e 8 giugno 1953 è una beffa. Il listone governativo creato dalla DC prende il 49,8%, mancando per soli 54.000 voti il quorum necessario per il premio di maggioranza e con la DC che perde oltre l’8% rispetto alle precedenti politiche.
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Il Fronte Popolare di PCI e PSI riesce ad ottenere 35 seggi in più alla Camera e 5 al Senato.
I due partitini creati dai “dissidenti” riescono ad eleggere un solo senatore ma i loro voti, pur se pochi, sono fondamentali per far fallire il premio maggioritario.
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I veri vincitori di queste elezioni sono però i due partiti di estrema destra che rubano voti soprattutto alla DC: i monarchici prendono quasi il 7% e il MSI arriva al 6%.
Insieme sono la terza forza del paese e quel bacino di “voti in libera uscita” di andreottiana memoria.
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Il grande sconfitto è ovviamente De Gasperi che ha voluto questa legge elettorale, oramai da tutti appellata come “legge truffa”, e adesso paga la decisione con la sua fine politica.
Dimessosi da segretario DC nel congresso del giugno 1954, morirà due mesi dopo.
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Il 31 luglio 1954 la “legge truffa” sarà abrogata e si tornerà al sistema precedente, definitivamente sistematizzato col testo unico n. 361 del 30 marzo 1957, che rimarrà in vigore fino al referendum del 18 aprile 1993.
Ma questa è, davvero, un'altra storia.
-21 fine

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