𝕃𝕒 𝕊𝕥𝕠𝕣𝕚𝕒 𝓮 𝓵𝓮 𝓘𝓭𝓮𝓮
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@lastoriaeleidee

25 تغريدة 5 قراءة Feb 21, 2023
1° marzo 1896
L'armata del generale Baratieri viene sterminata nel Tigray dalle forze del negus d'Etiopia Menelik.
È la fine del sogno di un impero coloniale dell'Italia liberale, che solo nel 1911 in Libia riuscirà a riprendere, ma con presupposti del tutto diversi.
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Francesco Crispi, repubblicano mazziniano convertitosi all'idea monarchica («La monarchia ci unisce e la repubblica ci dividerebbe»), aveva portato nel governo della "sinistra storica" l'aspirazione di un'Italia potenza europea e di un forte esecutivo in stile bismarckiano.
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Uno dei mezzi per questa politica di potenza è, allo stesso modo di quello che succede per l'appunto nella Germania bismarckiana, creare un impero coloniale come le altre grandi nazioni rivali dell'epoca: Regno Unito e Francia.
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Come abbiamo visto in questo nostro thread ( l'apertura del Canale di Suez nel 1869 ed il miraggio di partecipare ai traffici con India e Cina, porta l'Italia ad acquisire un avamposto sul Mar Rosso diventato una vera e propria colonia nel 1890.
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La situazione sembra in realtà positiva per l'Italia.
Ha appoggiato l'ascesa al trono di Menelik contro il legittimo erede, il ras Mangasha, figlio del defunto imperatore Johannes.
Nel 1889 firma col nuovo negus ad Uccialli un trattato che riconosce la colonia Eritrea.
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Ma il trattato (qui il testo completo it.wikisource.org) ha una clausola contestata:
«Art. 17. Sua Maestà il Re dei Re d’Etiopia consente di servirsi del Governo di Sua Maestà il Re d’Italia per tutte le trattazioni di affari che avesse con altre potenze o governi.»
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In amarico il verbo "consente" è tradotto "può", lasciando quindi facoltà al negus di avvalersi o meno dell'Italia.
Sul punto gli storici si scontrano da anni, ma di fatto Crispi, notificando il trattato alle altre potenze coloniali, rivendica il protettorato sull'Etiopia.
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Il "disguido" interpretativo si manifesta presto. Nel 1890 Menelik invita lo Zar e il Re del Regno Unito alla sua incoronazione, per poter così anche stringere relazioni diplomatiche.
Questi gli rispondono che tale richiesta deve arrivare dall'Italia, non da lui.
È furioso.
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I rapporti fra i due paesi diventano molto tesi.
Menelik inizia a comprare armi per il suo esercito da Francia, Arthur Rimbaud fa il mercante d'armi proprio a Harar, e Russia, unica potenza europea che lo sostiene.
Ma persino l'Italia alla fine gli vende fucili e cartucce.
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L'Italia invece decide di invadere nel 1895 il Tigray controllato dall'avversario di Menelik, il ras Mangasha.
Lo scopo è riportare il negus al tavolo delle trattative da una posizione di forza, eliminando il suo rivale, oltre che allargare la colonia dell'Eritrea.
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Anche se la campagna militare va bene alla fine si ritorce contro gli italiani. Mangasha, oramai sconfitto, si sottomette a Menelik e gli chiede aiuto militare.
Centomila guerrieri etiopi, di cui la metà equipaggiato con armi da fuoco, arrivano in Tigray assieme al negus.
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Le truppe italiane sono circa 36.000 uomini tra italiani e àscari eritrei, sono concentrate nel Tigray fra il forte di Macallé, la città di Adigrat e sul colle dell'Amba Alagi.
È proprio questo primo reparto di soli 2500 uomini ad essere attaccato per primo e distrutto.
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Il generale Baratieri, comandante delle forze italiane, ordina il ripiegamento, lasciando un distaccamento di 1500 uomini a difesa del forte di Macallè agli ordini del maggiore Giuseppe Galliano.
Resisteranno all'assedio per oltre un mese, arresisi saranno lasciati liberi.
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Menelik approfitta di questo gesto per offrire la pace in cambio dell'annullamento del trattato di Uccialli.
Ma Crespi rifiuta ogni trattativa e spinge anzi Baratieri a prendere l'iniziativa militare inviandogli rinforzi.
«Codesta è una tisi militare, non una guerra.»
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Menelik ha spostato ora il suo esercito nella conca di Adua, sulla via più diretta per invadere l'Eritrea.
Baratieri gli si interpone.
I due eserciti si fronteggiano per giorni.
Il negus prova ad intavolare trattative, inutili.
Le provviste stanno per finire per tutti.
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Baratieri vorrebbe ritirarsi, i suoi generali non sono d'accordo.
Decidono di occupare le colline di fronte all'esercito etiopico per indurlo ad attaccare o a ritirarsi.
L'armata italiana si divide in tre colonne.
A sinistra la Brigata Indigeni del gen. Matteo Albertone.
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Al centro la I Brigata del gen. Giuseppe Arimondi.
A destra la II Brigata del gen. Vittorio Dabormida.
Di riserva III Brigata del gen. Giuseppe Ellena.
L'esercito inizia a muoversi di notte e subito iniziano problemi di coordinazione e direzione delle colonne.
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Ma il disastro accade quando il gen. Albertone sbaglia ad identificare il colle obiettivo e porta la sua colonna qualche miglio a sud-ovest dal resto dello schieramento.
Anche Dabormida prosegue oltre l'obiettivo per errore.
In pratica le due colonne laterali sono isolate.
18/25
Di un fronte unito su tre colli Baratieri vede solo la colonna centrale e non riesce nemmeno a capire cosa sta succedendo.
Sente spari ma crede siano scaramucce.
In realtà è Albertone circondato e già in rotta.
Le staffette gli portano un messaggio di Dabormida errato.
19/25
Ora il centro è attaccato da più lati dagli etiopici che hanno appena sconfitto Albertone.
Dove è Dabormida?
Doveva coprire la destra.
È lontano qualche miglio, anch'egli sotto attacco.
Resisterà per ultimo fino alla morte.
Tutto è perduto.
Baratieri ordina la ritirata.
20/25
Non fa in tempo a suonarsi la ritirata che il comando italiano è sommerso da una massa di soldati in fuga, superstiti delle tre colonne.
Gli etiopici li inseguiranno per 9 miglia.
I morti saranno oltre 5000.
La più pesante disfatta di un esercito europeo sul suolo africano.
21/25
Il 3 marzo Baratieri manda un telegramma al governo, (qui il testo terzaclasse.it) addossando la colpa della disfatta alla vigliaccheria delle truppe.
Rientrato in Italia finisce sotto Corte Marziale, assolto, ma la sua carriera è finita, viene messo a riposo.
22/25
Anche la carriera di Crispi è finita.
Attaccato dagli avversari politici e dall'opinione pubblica il suo governo è costretto alle dimissioni.
Paga anche l'amicizia con Baratieri, risalente ai tempi dei Mille di Garibaldi.
Anziano e oramai fuori dai giochi, morirà nel 1901.
23/25
Anche se il sostituto di Baratieri, il generale Baldissera, vorrebbe continuare la campagna il nuovo governo di Rudinì spinge per la sistemazione diplomatica.
Il 26 ottobre 1896 viene siglato il Trattato di Addis Abeba con cui l'Italia rinuncia ad ogni ingerenza in Etiopia.
24/25
Fra i caduti ad Adua ricordiamo il tenente colonnello Giuseppe Galliano, il resistente di Macallè, il cui nome verrà dato ad un famoso liquore tutt'ora prodotto e Luigi Bocconi, alla cui memoria il padre, Ferdinando Bocconi, intitolerà l'università che fonda nel 1902.
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