Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

19 تغريدة 3 قراءة Mar 02, 2023
Mi chiamo Emma.
E in quei giorni d’inverno del 1943 continuavano a ripetermi di scappare, di fuggire, ma io non ne volevo sapere.
Chi mai avrebbe voluto fare del male a una donna di sessantasette anni e a sua figlia Anna, trent’anni, con una rara e grave forma di epilessia?
Abitavamo a Este, in via Macello.
E quella mattina eravamo uscite di casa come al solito, incamminandoci verso il nostro negozio di merceria in via Roma.
Ricordo che era un sabato.
E di sabato a Este c’è il mercato.
Poche bancarelle, tempi magri per il commercio.
La guerra durava ormai da tre anni.
Però il Natale si avvicinava.
«Forse ci scappa qualche soldo», per questo avevamo abbellito la vetrina con le statuine del presepe.
Avevamo appena aperto, quando un carabiniere entrò nel negozio.
Vedemmo subito che era impacciato.
Soprattutto quando ci disse che aveva ricevuto l’ordine di accompagnarci in caserma.
Chiudemmo il negozio e lo seguimmo.
Quel momento era arrivato.
Da quel 30 novembre, quando alla radio avevo sentito che avrebbero istituito campi di concentramento per gli ebrei italiani.
Già, perché io e mia figlia Anna siamo ebree.
Ricordo bene quando ero arrivata a Este da Ferrara con mio marito Arturo.
A Ferrara avevamo aperto un negozio di stoffe e lì erano nati i nostri figli, Anna e Umberto Primo.
Ci dicevano già allora di scappare.
Eravamo ebree, ma perché scappare?
Non avevamo mai avuto problemi.
Magari qualche scherzo, quello sì.
Se “scherzo” si può chiamare quando passavamo per strada e i ragazzi impugnavano una falda della giacca come un orecchio di maiale.
I ragazzi si divertivano così con noi ebrei.
Malgrado tutto, Anna si era iscritta nelle Giovani Italiane e Umberto nel Partito Fascista.
Poi la malattia di Anna e il licenziamento di Umberto, dopo le leggi razziali.
E ora eravamo in una caserma per quella circolare che, a essere sinceri, nemmeno al capitano Palumbo piaceva
Ma gli ordini erano ordini.
Il capitano sapeva che i maschi ebrei erano già tutti nascosti.
In paese erano rimaste le donne.
Prese alcune note e poi ci concesse di andare a dormire da una nostra amica, la Clara Lelli.
Arrivarono alle otto di mattina.
I carabinieri, intendo.
Ci fecero salire su un camion.
Destinazione: il campo di concentramento di Vo’.
Ci volle poco più di mezz’ora per arrivare alla villa.
Sì, perché come sede del campo era stata scelta Villa Venier, a Vo’.
Una bellissima villa seicentesca con un giardino ben recintato
La villa era in affitto alle suore Elisabettine di Padova.
Era stata requisita, ma alle suore era stato concesso di rimanere al primo piano, con il compito di far da mangiare ai prigionieri.
I primi ebrei erano arrivati il 3 dicembre.
Il 6 erano già 35, poi diventammo quasi 60
Eravamo solo anziani, donne e bambini.
E c’era mia figlia Anna, che era malata.
In quei giorni uno degli obiettivi del programma fascista si stava realizzando.
Perché gli ebrei erano «stranieri, nemici della nazione Italia».
Una volta arrivate a Villa Venier ci avevano portato via tutti i soldi.
Noi avevamo solo 100 lire.
Ricordo che portarono via gli ultrasettantenni
Alla fine rimanemmo in 48.
In pieno inverno, senza tavoli, né sedie.
Dormivamo su sacchi riempiti di paglia.
Poi arrivò la primavera.
Quando vidi Anna peggiorare, con crisi epilettiche sempre più forti e frequenti, presi carta e penna e scrissi al questore chiedendo la nostra liberazione e allegando il certificato medico di mia figlia.
Non ebbi mai risposta.
Perché per i fascisti quelle lettere erano inutili.
Venivano tutte archiviate. O meglio, cestinate. Eravamo ebree. Per loro non esistevamo più.
Arrivò il 17 luglio del 1944.
Erano le due del pomeriggio quando udimmo delle grida provenire dal centro del paese.
“Stanno arrivando due grossi camion tedeschi!”.
Ci portarono prima in carcere a Padova, poi il 19 luglio alla Risiera di San Sabba.
Partimmo da Trieste il 31 luglio.
Destinazione: Auschwitz.
Una destinazione senza ritorno.
C’eravamo tutti su quel treno diretto verso l’abisso. Anche Emma e la figlia Anna.
C’era Eva Kapper, di otto anni, con il fratellino Pietro, sei anni, che aveva scritto una letterina agli amici a casa durante la permanenza in villa.
Solo tre donne tornarono da quell'inferno.
Erano salite 47 persone su quei camion, ma in villa erano in 48, ricordate?
Anche Emma se n’era accorta, dal camion.
Si era accorta che era salita la signora Gesses, ma non la figlia Sara di otto anni.
Sara stava giocando con le suore e all’arrivo dei tedeschi le stesse suore l’avevano nascosta. Rischiando la loro vita.
Ora chiudete gli occhi e provate a immaginare il dolore di una mamma che sa di andare a morire, che non vedrà più la sua bambina.
E il dolore della piccola.
Se avete occasione di passare da Villa Contarini Giovanelli Venier fermatevi davanti alla lapide che commemora l’abisso in cui sprofondarono quegli ebrei.
Ricordando che l’abisso cominciò ben prima delle leggi razziali, dei campi di concentramento e delle camere a gas.

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