Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

21 تغريدة Mar 02, 2023
Come festeggiammo la caduta del fascismo?
Con dieci quintali di pastasciutta.
Invitammo tutta la popolazione.
Per le guance rosse, i sorrisi a trentadue denti, i balli e i canti ci pensò il vino.
Funziona così in Emilia. E non solo.
Poi era arrivato il settembre del ’43.
Un Paese allo sbando dopo l’armistizio, la liberazione di Mussolini ad opera dei tedeschi, e infine il governo fantoccio a Salò, sul lago di Garda.
Un Paese spaccato tra la R.S.I al nord e il governo Badoglio al sud.
Avevamo assaporato la libertà, ma per pochissimo tempo.
Ora bisognava prendere le armi e riprendere la lotta per riconquistarla quella libertà.
Non era la prima volta.
Nel 1869 nonno Agostino aveva capeggiato la rivolta contro la tassa sul macinato.
Era finito in carcere, senza arrendersi.
E così i suoi figli, tra cui nostro padre, erano cresciuti con la convinzione che nessuno poteva permettersi di angustiare chi si guadagnava il pane onestamente.
Nel frattempo papà sposò mamma.
E poi nove figli, sette maschi e due femmine.
Non eravamo una famiglia di contadini, ma una vera comunità improntata al progresso.
Lavoravamo la terra, allevavamo mucche, piccioni e api. Per il miglior miele della zona.
E studiavamo. Tanto. Tecniche nuove.
Per un indispensabile progresso.
Quando era calato il buio, quando era arrivata quella tempesta, il fascismo, la nostra casa era diventata la casa della Resistenza.
Non solo a parole, ma con i fatti.
Quando andavamo a lavorare i campi facevamo proseliti tra i contadini.
E poi le riunioni nelle stalle o in casa durante finte partite a briscola.
I fascisti non ci consideravano pericolosi.
Sapevano che amavamo lavorare la terra. Nulla più.
Se avessero saputo del ciclostile nascosto nella stalla...
Aldo, classe 1909, aveva creato dal nulla la “biblioteca Popolare” per dare libri ai contadini.
“Più libri, più latte”, diceva.
Perché organizzare al meglio la stalla era essenziale.
Più organizzazione, più produttività.
E ognuno di noi fratelli aveva un compito.
Uno si occupava della stalla, uno delle api, uno della raccolta nei campi, uno della falegnameria, uno della distribuzione.
Ognuno con il suo ruolo.
Come nel combattere il fascismo.
E così che veniva organizzato, per esempio, il recupero delle armi.
Assaltando le stazioni dei carabinieri.
E poi i sabotaggi.
Come quello contro il traliccio dell’alta tensione a S. Ilario d’Enza.
Poi il recupero dei viveri per i compagni in montagna.
Ricordate la pastasciutta e il vino raccontati all’inizio?
Quella festa insospettì i fascisti di Reggio Emilia. Ospitavamo i prigionieri stranieri fuggiti.
Uno di loro, Alexander Aschenco, una volta che ci catturarono, diventò un delatore.
E' così che fummo arrestati.
Nella notte tra il 24 e 25 novembre del 1943 arrivarono quattro camion da Reggio Emilia con sopra un centinaio di fascisti.
Circondarono il nostro casolare iniziando a sparare alle finestre.
Rispondemmo al fuoco.
Ci arrendemmo quando i fascisti minacciarono di bruciare tutto.
Arrestarono tutti. Uomini, donne, bambini e amici.
Come Quarto Camurri.
Forse ci avrebbero liberato. Forse no.
Ma accadde un fatto imprevisto.
Fu ucciso il colonnello Giovanni Fogiani della milizia di Reggio Emilia.
I partigiani avevano nel frattempo organizzato la nostra liberazione.
Per la notte del 25 dicembre.
Spostata poi a Capodanno.
Il 27 dicembre fu però ucciso il segretario comunale e la situazione precipitò.
Come rappresaglia decisero di uccidere otto “banditi”.
Non fu difficile trovare otto persone.
Noi eravamo già sette. i sette fratelli Cervi.
Poi c’era l’amico Quarto Camurri. Otto precisi, precisi.
Era il 28 dicembre.
Ci portarono al poligono di tiro di Reggio Emilia.
E’ lì che siamo morti.
Gelindo, il primogenito, “l’autorevole”, sposato con Iolanda e con tre figli, aveva 42 anni.
Antenore, “il taciturno", sposato con Margherita.
Fu lui a dare a papà la prima nipotina. E papà fece suonare le campane, anche se si potevano suonare solo per un maschio.
Aveva 39 anni.
Aldo, “il politico”, aveva una compagna che gli aveva dato due figli. Aveva 34 anni.
Ferdinando, “lo zio delle api” con le sue tecniche agricole rivoluzionarie. Aveva 32 anni.
Agostino “il bello”, il responsabile della stalla. Aveva 27 anni.
Ovidio, “l’idealista” troppo giovane, non era ancora riuscito a farsi una famiglia. Aveva 25 anni.
E poi c’ero io, Ettore, il piccolo.
Scrissi due lettere a casa dal carcere.
Nella seconda annotai “Sempre coraggio, e tutto sarà niente”.
Avevo solo 22 anni.
Grazie ad un bombardamento papà riuscì a tornare a casa.
Convinto di una cosa.
“Li hanno deportati in Germania”, ripeteva...
“I miei figli sono forti, sono una roccia e torneranno”.
Fu la mamma a dirgli al verità.
A dirgli che eravamo stati uccisi.
Papà Cervi si riprese. La mamma no.
Il 10 ottobre '44 i fascisti tornarono nuovamente a dar fuoco alla nostra casa malgrado fossero rimasti 2 vecchi, 4 donne e 11 bambini.
La mamma rivide quella notte, gli spari, noi figli con le mani alzate nel cortile.
E il suo cuore non resse
"Tu sei una quercia che ha cresciuto 7 rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta".
"La figura è bella e qualche volta piango. Ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire, guardate il seme".
(Papà Cervi)

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