Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 3 قراءة Mar 02, 2023
Ero di vedetta su un abbaino, dove all’inizio mi ero arrampicato per gioco.
E da lì li avevo visti arrivare dalla pianura in mezzo alla polvere.
Mio padre in inverno vendeva ceci e pere calde, e d’estate gelati, nella Parma Vecchia.
Era stato lui a raccontarmi di quegli uomini.
E di una possibile marcia su Roma.
In quell’agosto del 1922 Italo Balbo, dopo un incontro con Mussolini aveva annunciato a tutti i capi fascisti: «Tra le situazioni sospese cui bisogna provvedere vi è quella di Parma. E’ l’unica roccaforte in mano alle forze antinazionali»
Il fascismo si stava consolidando in tutte le regioni, ma in alcune zone, come Roma degli uomini del socialista Mingrino, Torino con gli operai di Gramsci, a Bari del sindacalista Di Vittorio, e appunto a Parma, degli arditi del socialista Guido Picelli si cercava di resistere.
Malgrado l’invito di Turati.
«Non raccogliere le provocazioni, non rispondere alle ingiurie, siate pazienti, siate santi. Lo foste per millenni, siatelo ancora. Tollerate, compatite, perdonate anche».
Parma non era di quell’avviso.
Bisognava armarsi per affrontare quei fascisti.
Per questo, Guido Picelli, malgrado l’opposizione del Partito Socialista, aveva creato la Guardia Rossa Autonoma.
L’economia di Parma e della sua provincia alla fine della Prima Guerra Mondiale era basata sulla proprietà terriera.
Grande, piccola e media.
Il settanta per cento dell’intera economia della provincia.
La città di Parma divisa in due: il torrente che ne porta il nome separa la vecchia Parma dalla nuova.
E la divide anche socialmente.
La borghesia nella Parma nuova, il proletariato, la massa operaia, in quella vecchia.
«In Valle Padana, Parma è l’unica che non sia caduta in mano al fascismo oppressore. La nostra città […] è rimasta una fortezza inespugnabile, malgrado i tentativi fatti da parte dell’avversario. Il proletariato parmense non ha piegato e non piega».
Parole di Guido Pacelli.
E in un’osteria di Borgo Santa Maria, era stato lui a leggere gli articoli dello statuto degli Arditi del Popolo, nel quale veniva enunciato e precisato il compito dell’organizzazione.
Erano in tanti ad ascoltarlo.
Socialisti e anarchici, sindacalisti, cattolici e comunisti.
Il momento culminante fu durante lo sciopero generale proclamato il 31 luglio 1922.
I fascisti avevano devastato, saccheggiato e ucciso. Come i dieci lavoratori trucidati a Ravenna.
Con i partiti fermi, il governo inoperante e l’esercito e la polizia rimasti a guardare.
Italo Balbo era partito da Ravenna il 3 agosto 1922. Con lui i consoli fascisti da Bologna, da Modena, dal Veneto e dalla Toscana.
Erano arrivati a Parma il 4 agosto, con 10.000 uomini. Gli stessi che avevano ucciso a Bologna un padre di famiglia davanti al suo figlioletto.
Li avevo visti arrivare.
Signorile, questore di Parma, li aveva accolti stringendo la mano a Balbo.
Il questore aveva già comunicato ai cittadini, che già avevano eretto barricate, che non avrebbe impedito il concentramento di quei fascisti.
Balbo era entrato per mettere ordine, perché la città: «rimasta impenetrabile al fascismo, deve essere domata col ferro».
Così gli aveva ordinato Mussolini.
E aveva cominciato distruggendo studi di avvocati. Come quelli di Albertelli, Ghidini, Provinciali, Baracchini e Ghisolfi.
Poi Balbo se n’era andato a dormire all’Hotel Croce Bianca, che aveva trasformato in quartier generale. Era solo il primo giorno.
Lo sciopero, come scriverà lo stesso Balbo, «non poté essere evitato».
In effetti da tre giorni a Parma i negozi erano chiusi, i servizi fermi.
La popolazione asserragliata nelle case, trasformate in fortezze.
Le strade bloccate da barricate col materiale delle scuole e delle chiese.
Partecipano alla resistenza anche alcuni «preti in sottana».
Posizionati nell’Oltretorrente, un quartiere popolare.
Balbo sa che se Picelli dovesse vincere, l’esempio di Parma potrebbe essere far rialzare la testa ai sovversivi, come li chiama lui.
«L’esempio potrebbe essere ripetuto in molte città italiane. Avrebbe inizio una lotta senza quartiere. Questo non deve accadere».
Non furono solo gli abitanti dell’Oltretorrente, poco avvezzi ad accettare l’affronto di vedere invaso il proprio quartiere, ma anche l’altra zona povera di Parma: il quartiere di borgo del Naviglio, alla periferia nord.
Dietro le barricate non solo gli arditi di Picelli.
Ci sono anche i cattolici, gli anarchici, i repubblicani e i liberali.
Tutti i dissidi sono stati superati per l’occasione.
Balbo scriverà che: «Le barricate sono erette con la tecnica di guerra protette da reticolato e cavalli di frisia. Hanno moschetti e alcune mitragliatrici»
La battaglia continua per 3 giorni.
Nessuna barricata cede, nessuna viene espugnata. All’alba del terzo giorno si spara.
Il giorno prima si era presentato sulle barricate Ulisse Corazza, giovane consigliere del partito Popolare con un moschetto in mano.
Muore colpito alla testa.
In un contrattacco viene ferito mortalmente l’operaio Giuseppe Mussini.
Cadono anche due passanti, Mario Tomba e Attilio Zilioli.
Quest’ultimo mentre cerca di soccorrere un ferito sul ponte Umberto.
Come vi ho detto all’inizio, io ero salito su un tetto.
Da lassù era più facile vedere le mosse del nemico. Tenere controllata la situazione era un compito importante, non credete?
Ero salito lassù il primo giorno e ci salivo spesso, soprattutto dopo aver saputo che c’era un cecchino fascista che colpiva le finestre della via.
Io la conoscevo bene quella via.
Ero sicuro di quello che facevo.
Dovevo beccarlo quel cecchino.
Per questo mi tirai su con mezzo corpo fuori dall’abbaino.
Scrutai i comignoli intorno, i tetti, vidi il Palazzo della Pilotta e il campanile di San Paolo.
Poi ad un tratto il buio.
Fu un cecchino fascista ad inquadrarlo nel mirino del suo fucile.
Gino Gazzola, aveva quattordici anni.
Era un ragazzo biondo, magro e agile come uno scoiattolo.
Gino non era neppure armato.
Fu la vittima più giovane di quei giorni.
Saputo della sua morte, dietro le barricate si iniziò a sparare con più foga.
Ogni tentativo dei fascisti di prendere Parma risulterà vano.
Il bilancio delle camice nere di Balbo fu solo panico, disordini, grosse perdite e diserzioni.
Nulla più.
Il 6 agosto 1922 ore 15.00 Italo Balbo scrive: «Tra qualche minuto lascio Parma. I sovversivi mi hanno dato il saluto delle armi, sparando colpi di rivoltella contro la mia automobile davanti all’albergo. Gli sparatori sono riusciti facilmente a dileguarsi»
L’autorità militare proclamò lo stato d’assedio. Autoblindo, cannoni, mitragliatrici, cavalleria, fanteria, carabinieri e guardia regia si mossero verso l’Oltretorrente.
Ma non accadde nulla.
Un solo colpo di cannone a salve.
Poi si videro i soldati, fraternizzare con i popolani.

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