Ero di vedetta su un abbaino, dove all’inizio mi ero arrampicato per gioco.
E da lì li avevo visti arrivare dalla pianura in mezzo alla polvere.
Mio padre in inverno vendeva ceci e pere calde, e d’estate gelati, nella Parma Vecchia.
Era stato lui a raccontarmi di quegli uomini.
E da lì li avevo visti arrivare dalla pianura in mezzo alla polvere.
Mio padre in inverno vendeva ceci e pere calde, e d’estate gelati, nella Parma Vecchia.
Era stato lui a raccontarmi di quegli uomini.
Il fascismo si stava consolidando in tutte le regioni, ma in alcune zone, come Roma degli uomini del socialista Mingrino, Torino con gli operai di Gramsci, a Bari del sindacalista Di Vittorio, e appunto a Parma, degli arditi del socialista Guido Picelli si cercava di resistere.
Malgrado l’invito di Turati.
«Non raccogliere le provocazioni, non rispondere alle ingiurie, siate pazienti, siate santi. Lo foste per millenni, siatelo ancora. Tollerate, compatite, perdonate anche».
Parma non era di quell’avviso.
Bisognava armarsi per affrontare quei fascisti.
«Non raccogliere le provocazioni, non rispondere alle ingiurie, siate pazienti, siate santi. Lo foste per millenni, siatelo ancora. Tollerate, compatite, perdonate anche».
Parma non era di quell’avviso.
Bisognava armarsi per affrontare quei fascisti.
Il settanta per cento dell’intera economia della provincia.
La città di Parma divisa in due: il torrente che ne porta il nome separa la vecchia Parma dalla nuova.
E la divide anche socialmente.
La borghesia nella Parma nuova, il proletariato, la massa operaia, in quella vecchia.
La città di Parma divisa in due: il torrente che ne porta il nome separa la vecchia Parma dalla nuova.
E la divide anche socialmente.
La borghesia nella Parma nuova, il proletariato, la massa operaia, in quella vecchia.
«In Valle Padana, Parma è l’unica che non sia caduta in mano al fascismo oppressore. La nostra città […] è rimasta una fortezza inespugnabile, malgrado i tentativi fatti da parte dell’avversario. Il proletariato parmense non ha piegato e non piega».
Parole di Guido Pacelli.
Parole di Guido Pacelli.
Il momento culminante fu durante lo sciopero generale proclamato il 31 luglio 1922.
I fascisti avevano devastato, saccheggiato e ucciso. Come i dieci lavoratori trucidati a Ravenna.
Con i partiti fermi, il governo inoperante e l’esercito e la polizia rimasti a guardare.
I fascisti avevano devastato, saccheggiato e ucciso. Come i dieci lavoratori trucidati a Ravenna.
Con i partiti fermi, il governo inoperante e l’esercito e la polizia rimasti a guardare.
Li avevo visti arrivare.
Signorile, questore di Parma, li aveva accolti stringendo la mano a Balbo.
Il questore aveva già comunicato ai cittadini, che già avevano eretto barricate, che non avrebbe impedito il concentramento di quei fascisti.
Signorile, questore di Parma, li aveva accolti stringendo la mano a Balbo.
Il questore aveva già comunicato ai cittadini, che già avevano eretto barricate, che non avrebbe impedito il concentramento di quei fascisti.
Balbo era entrato per mettere ordine, perché la città: «rimasta impenetrabile al fascismo, deve essere domata col ferro».
Così gli aveva ordinato Mussolini.
E aveva cominciato distruggendo studi di avvocati. Come quelli di Albertelli, Ghidini, Provinciali, Baracchini e Ghisolfi.
Così gli aveva ordinato Mussolini.
E aveva cominciato distruggendo studi di avvocati. Come quelli di Albertelli, Ghidini, Provinciali, Baracchini e Ghisolfi.
Balbo sa che se Picelli dovesse vincere, l’esempio di Parma potrebbe essere far rialzare la testa ai sovversivi, come li chiama lui.
«L’esempio potrebbe essere ripetuto in molte città italiane. Avrebbe inizio una lotta senza quartiere. Questo non deve accadere».
«L’esempio potrebbe essere ripetuto in molte città italiane. Avrebbe inizio una lotta senza quartiere. Questo non deve accadere».
In un contrattacco viene ferito mortalmente l’operaio Giuseppe Mussini.
Cadono anche due passanti, Mario Tomba e Attilio Zilioli.
Quest’ultimo mentre cerca di soccorrere un ferito sul ponte Umberto.
Come vi ho detto all’inizio, io ero salito su un tetto.
Cadono anche due passanti, Mario Tomba e Attilio Zilioli.
Quest’ultimo mentre cerca di soccorrere un ferito sul ponte Umberto.
Come vi ho detto all’inizio, io ero salito su un tetto.
Da lassù era più facile vedere le mosse del nemico. Tenere controllata la situazione era un compito importante, non credete?
Ero salito lassù il primo giorno e ci salivo spesso, soprattutto dopo aver saputo che c’era un cecchino fascista che colpiva le finestre della via.
Ero salito lassù il primo giorno e ci salivo spesso, soprattutto dopo aver saputo che c’era un cecchino fascista che colpiva le finestre della via.
Io la conoscevo bene quella via.
Ero sicuro di quello che facevo.
Dovevo beccarlo quel cecchino.
Per questo mi tirai su con mezzo corpo fuori dall’abbaino.
Scrutai i comignoli intorno, i tetti, vidi il Palazzo della Pilotta e il campanile di San Paolo.
Poi ad un tratto il buio.
Ero sicuro di quello che facevo.
Dovevo beccarlo quel cecchino.
Per questo mi tirai su con mezzo corpo fuori dall’abbaino.
Scrutai i comignoli intorno, i tetti, vidi il Palazzo della Pilotta e il campanile di San Paolo.
Poi ad un tratto il buio.
Fu un cecchino fascista ad inquadrarlo nel mirino del suo fucile.
Gino Gazzola, aveva quattordici anni.
Era un ragazzo biondo, magro e agile come uno scoiattolo.
Gino non era neppure armato.
Fu la vittima più giovane di quei giorni.
Gino Gazzola, aveva quattordici anni.
Era un ragazzo biondo, magro e agile come uno scoiattolo.
Gino non era neppure armato.
Fu la vittima più giovane di quei giorni.
Il 6 agosto 1922 ore 15.00 Italo Balbo scrive: «Tra qualche minuto lascio Parma. I sovversivi mi hanno dato il saluto delle armi, sparando colpi di rivoltella contro la mia automobile davanti all’albergo. Gli sparatori sono riusciti facilmente a dileguarsi»
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