Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

24 تغريدة 5 قراءة Mar 02, 2023
Che ci faccio davanti a un plotone di esecuzione contro il muro del nuovo cimitero vicino alla Provinciale Lecco-Como?
Semplice.
Dopo aver chiesto i nomi dei fascisti del plotone, ora sto pregando per loro.
Vicino a me il cappellano militare Fiorentino Bastaroli.
Li ho pure abbracciati, sapete?
Ho chiesto di non essere legato.
Mi hanno concesso di scrivere una lettera alla famiglia.
«Muoio per la Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato […] Iddio mi ha voluto, quindi accetto con rassegnazione il mio destino»
«Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene. Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma […] Perdono coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non pensano che uccidersi tra fratelli non produrrà mai niente di buono».
Non sono pentito.
Stavo scendendo in bicicletta da Canzo verso Erba nella tarda serata di venerdì 12 novembre 1943.
Ero con Franco Fucci, ex ufficiale alpino, classe 1920. Nei pressi di Erba una pattuglia fascista ci aveva fermati.
«Documenti, c’è il coprifuoco!»
«Non li avete? Allora si va in caserma».
Scortati, avevo capito che eravamo destinati alla prigione
Non tanto perché eravamo militari entrati in clandestinità, quanto perché eravamo armati
Non ci avevano perquisiti durante l’arresto, ed eravamo in possesso di pistole.
Non solo.
Pure di un tubo di gelatina destinato ad un attentato e di manifestini contro la Repubblica di Salò.
Fu Franco a estrarre la pistola sparando a bruciapelo a un fascista.
L’uomo aveva risposto al fuoco ferendo gravemente il mio compagno.
Una ferita che gli salvò la vita
In quel modo lui evitò il processo.
Io non fui così fortunato.
La sera dell’arresto stavo tornando da un colloquio con Alessandro Gorini, un ex consigliere nazionale del PNF, disposto a finanziare la nostra attività clandestina.
Non sapevo di quel coprifuoco.
Quella sera nella retata oltre all’amico Franco, hanno preso altre diciassette persone.
Tra queste anche mio padre Giorgio, prelevato dalla nostra abitazione.
Io sono uno studente e volontario, classe 1923.
Magro e vigoroso, viso affilato e occhi chiarissimi.
Erano tempi martoriati da delusioni.
Bombardamenti e distruzioni fino all’armistizio e allo sbandamento delle forze armate.
Dopo la morte di mamma Annamaria, l’unica scelta possibile era la lotta partigiana.
Con pochi amici coraggiosi.
Senza armi.
Con la mia banda avevamo cominciato ad operare nella zona a Lambrugo, dove avevamo una villa.
Con un prete, Don Giovanni Strada, aiutavamo gli sbandati a sfuggire ai repubblichini e a effettuare qualche operazione di sabotaggio.
Praticamente allo scoperto.
Correvo da un paese all’altro in bicicletta per organizzare riunioni e distribuire compiti.
Aiutavo finanziariamente le persone bisognose. Indicavo agli ex prigionieri il percorso per raggiungere la Svizzera.
Lottavo anche contro la borsa nera.
Ci avevano arrestati, ma il peggio doveva ancora arrivare.
Il 18 dicembre 1943, tre gappisti tesero un agguato al federale Aldo Resega
La reazione dei fascisti era stata immediata.
Otto ostaggi erano stati fucilati.
Un manifesto aveva avvisato la popolazione che un ulteriore attentato avrebbe comportato una dura rappresaglia.
Malgrado l’avvertimento, a Erba, uno squadrista locale, tale Germano Frigerio, era stato ucciso (probabilmente per vendetta personale).
Immediata la reazione.
Trenta gli antifascisti da eliminare
Però in quei giorni, nelle prigioni comasche, non c’era un numero sufficiente di prigionieri politici.
Allora che fare? Facciamo dieci, fu la decisione.
Dieci no?
Allora facciamo cinque o sei e non se ne parli più, decise il podestà di Erba.
Venne improvvisato un processo.
Non so perché quel funzionario fascista mostrò un’antipatia nei miei riguardi.
Comunque il processo fu organizzato.
Il prefetto mise come Comandante del Distretto, il tenente colonnello Biagio Sallusti.
Altro sei militari completarono i ranghi.
Fu lo stesso prefetto a consegnare loro la lista dei prigionieri, destinati alla morte.
All’inizio una lista di sei.
Poi quattro. Infine ridotti a tre.
Alla fine venne deciso che sarebbe stato scelto solo un nome.
Il difensore d’ufficio, Gian Franco Beltramini, rimase allibito.
Non si conoscevano le accuse contestate; non esisteva flagranza di reato.
Quindi nessuna competenza per un tribunale militare. Il dibattimento nell’antico municipio di Erba iniziò lo stesso.
In mezzo a tanta confusione.
Le accuse nei nostri confronti erano ridicole.
A tale Giudici veniva rimproverato di aver esposto un ritratto di Matteotti nel 1924.
A Grosi di aver dato ospitalità a “squadristi” dopo il 25 luglio.
Per il Cereda si riuscì ad imbastire solo l’imputazione di essere un antifascista
L’avvocato Beltramini rilevò l’assurdità di quel processo ma il Presidente Sallusti fu inflessibile.
Come concordato niente pena capitale per gli imputati, tranne che per uno, per aver:«promosso , organizzato e comandato una banda armata per sovvertire le istituzioni dello Stato»
Una decisione irrevocabile.
Per quello mi hanno concesso di scrivere un’ultima lettera alla famiglia e pure una confessione cristiana. Ora sono davanti al plotone di esecuzione.
Sto pregando, tenendo tra le mani un rosario che mi è stato offerto dal cappellano.
Giancarlo Puecher, questo il suo nome, era nato a Milano il 23 agosto 1923 primo di tre figli.
Il padre, discendente da una famiglia aristocratica trentina, svolgeva nel capoluogo lombardo la professione di notaio.
Una guida morale a un patriottismo di carattere antifascista
Giancarlo, con l’aiuto dell’'avvocato Luigi Meda e del sacerdote Don Giovanni Strada, parroco di Ponte Lambro, aveva riunito un gruppo di giovani animati da spirito patriottico antitedesco e antifascista, costituendo così il primo nucleo partigiano di Ponte Lambro.
La morte di Giancarlo Puecher diventò leggenda.
Al suo nome si ispirarono diversi raggruppamenti partigiani.
Molte le divisioni Puecher, in Brianza e altrove.
La 52° Brigata Garibaldi, di formazione comunista, intitolò un distaccamento al giovane cattolico.
Il padre Giorgio fu consegnato dai fascisti ai nazisti. Internato nel campo di Fossoli, fu poi trasferito nel lager di Mauthausen.
«Pensava sempre al figlio e il suo cuore cedeva il 7 aprile 1945».
Padre e figlio riposano nel piccolo cimitero di Lambrugo, in Alta Brianza.

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