Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 1 قراءة Mar 02, 2023
Lo so, prima o poi arriva per tutti.
Il mio è oggi, 29 giugno 1967.
Se potessi tornare indietro agirei in modo diverso? Come tutti.
Ma ormai è troppo tardi.
Mi sto spegnendo.
Diabete e cirrosi epatica, hanno detto i dottori. Fortunatamente sono lucido.
Almeno per ricordare.
E ricordo bene quel giorno.
Era il 29 giugno 1933 a Long Island City, New York.
Un giovedì, esattamente alle ore 21.35.
Sul ring di Garden Bowl lui era già salito.
Si chiamava Jack Sharkey, americano, di 31 anni.
Al peso aveva accusato 90,950 Kg. per un’altezza di 1,83.
Era salito per primo con sulle spalle un asciugamano e in vita la cintura di campione del mondo.
C’erano 40.000 spettatori, quasi tutti a fare il tifo per lui.
L’incasso era stato di 184.000 dollari.
A bordo ring c’erano tutti, anche Fiorello La Guardia.
Ero emozionatissimo per quelle quindici riprese per la conquista della corona di campione del mondo. Ricordo che l’arbitro era Arthur Donovan.
I giudici Charles Lynch e Jim Buckley.
Aspettavo quel giorno da quel 31 dicembre 1929, quando ero sbarcato negli Stati Uniti.
Rispetto a Jack Sharkey non avevo solo qualche anno in meno.
Ma avevo anche molto, molto di più.
Il peso per esempio.
Lui pesava 90,950 Kg, io 118,190.
Lui era alto 1,83, io 2,04.
Un gigante quindi, rispetto a lui.
Ma nella boxe peso e altezza non sono tutto, vi assicuro.
Come andò a finire?
Il New York Time, a pagina 21, pubblicò il giorno successivo l’intero resoconto dell’incontro, ripresa per ripresa.
Almeno fino alla sesta, quando al suono del gong mi ero scagliato contro Jack Sharkey con destri e rapidi sinistri.
“L’italiano si muove come un peso piuma per un uomo del suo enorme peso. Poi colpisce ancora l’avversario con due destri al corpo [...]In quel preciso momento Sharkey subisce un terrificante uppercut destro alla mascella che quasi decapita il bostoniano”
Così descrisse l’ultimo round il New York Times. Sharkey dopo quel colpo era caduto a terra a pancia in giù.
L’arbitro aveva iniziato il consueto conteggio, ma al dieci/out Sharkey era ancora a terra.
Erano passati esattamente 2’27” dall’inizio del sesto round.
Ero campione del mondo.
E in quel momento mi dimenticai di tutte le difficoltà che avevo incontrato nel corso della mia vita.
Fin dal giorno della mia nascita, il 26 ottobre 1906, a Sequals in provincia di Udine.
Costretto ed emigrare fin da bambino.
Il mio nome?
Primo Carnera.
Mi ero trasferito in Francia dagli zii dove mi ero messo a fare il boscaiolo.
Ero eccezionalmente grande e grosso per la mia età, e per questo venni assunto in un circo a sollevare pietre. Due anni ci sono rimasto.
Fu un ex pugile francese, Paul Journèe, a scoprire la mia forza.
Quando mi vide trasportare sulle spalle un pianoforte.
Mi segnalò ad un organizzatore di pugilato, tale Lèon Sèe.
Ma io non sapevo niente di pugilato.
Ero rozzo, goffo, sgraziato.
Privo della dote fondamentale: il temperamento brutale indispensabile in quello sport.
Però accettai.
E debuttai il 12 settembre 1928 con un k.o. alla seconda ripresa.
Tra il 1928 e il 1929 disputai diciassette incontri vincendone sedici.
Niente male, vero?
Lo so, non sapevo boxare, ma i miei pugni facevano male. Molto male.
Fu così che accettai quella proposta.
Sbarcai in America e da quel momento la mia vita cambiò.
Era sotto il controllo di Billy Duffy, un proprietario di locali notturni a New York.
Ma non era il solo.
C’erano anche Owney Madden, Lou Soresi, Vincent Coll, Max «Boo» Hoff, Big «Francky» e De Mange.
Tutti uomini che facevano capo ad un uomo solo: Al Capone.
Ingenuo, mi fidavo di quelle persone.
Col tempo ho capito di aver sbagliato, ma non mi sono mai reso conto che quegli incontri erano truccati.
Che il loro motto era: «Carnera deve vincere con i pugni o con i soldi».
Per tutto il 1930 diventai una colossale macchina da soldi.
Vincevo sempre per k.o.
Ma io torno a ripetervi che non sapevo nulla, assolutamente nulla del piano messo in piedi da quelli che consideravo miei amici.
L’ho saputo solo a fine carriera, dovete credermi.
Ero convinto di vincere solo grazie ai miei pugni.
Lo so, quando si parla di me la mente corre subito ad un campione che arrivò al titolo attraverso l’inghippo. Pur ignorandolo, può essere vero per quanto riguarda l’inizio, ma vi assicuro che fu solo per un breve periodo.
Col passare dei mesi decisi di affinare la mia boxe.
Fu questo il vero inizio della mia carriera.
Finalmente pulito
Per meglio muovermi sulle gambe ogni mattina frequentavo una scuola da ballo.
Intensificai gli allenamenti.
Il fisico superbo, i colpi precisi, pungenti e velenosi.
Soprattutto il sinistro.
Alla fine del 1930 incontrai Jim Malone, perdendo ai punti.
La mafia ormai mi aveva praticamente abbandonato.
Rientrai in Europa battendo il fortissimo Paulino Uzcudun.
Ora potevo camminare da solo.
Ritornai quindi negli Stati Uniti.
Riprendendo a vincere e soprattutto a convincere
Ero veramente un pugile straordinario.
E ora le mie vittime andavano al tappeto grazie ai miei pugni.
Mi muovevo con buona velocità, sapevo soffrire e combattere.
Il mio sinistro velenosissimo. Il mio destro squassante
Nacque il mio personaggio.
Buono, cortese, coraggioso, leale, anche se ancora troppo ingenuo.
Però i miei incontri ora erano genuini, onesti e autentici.
Come la vittoria del campionato del mondo del 1933 che ho raccontato all’inizio.
Nel 1934 persi il titolo di campione del mondo contro Max Baer.
La mafia ormai era solo un lontano ricordo.
Continuai a combattere, vincendo e perdendo.
Ho abbandonato il pugilato nel 1946 per dedicarmi alla lotta libera.
Con i pochi soldi guadagnati aprii un locale di liquori.
Perché parlo di pochi soldi? Perché ero povero.
E’ vero, fin dall’inizio vincevo, vincevo sempre, ma i soldi finivano quasi tutti nelle tasche di quegli imbroglioni che mi spolpavano e mi sfruttavano fino all’ultimo dollaro.
Ma non solo quello.
Volete un esempio?
Avete letto all’inizio della conquista da parte mia del titolo di campione del mondo dei pesi massimi contro Jack Sharkey.
Sapete quanti dollari ottenni per quella vittoria? 59.000.
Sapete quanti dollari finirono alla fine nelle mie tasche?
Solo 360 dollari.
Anche per colpa mia.
Diedi 35.000 dollari a una cameriera italiana, Giuseppina Terzini.
Il motivo?
Le avevo promesso di sposarla e per la «mancata promessa di matrimonio» la Corte Federale di New York mi portò via quella cifra.
Il resto finì nelle tasche di manager e allenatori.
A me solo 360 dollari
Primo Carnera tornò in Italia quando comprese che gli restava poco da vivere.
Morì alle 10.57 del 29 giugno 1967 nella sua villa di Sequals, in Friuli.
Nel giorno del 34º anniversario dalla conquista del titolo mondiale dei pesi massimi.

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