Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة Mar 02, 2023
«Non voglia Dio che noi francesi possiamo con pacifiche orecchie sopportare che gli italiani ci siano posti innanzi nel valore di guerra! […] gli spagnoli ci sono pari: ma gli italiani, che poco fedelmente maneggiano le armi, non possono in alcun modo paragonarsi ai francesi!»
Era stato il cavaliere Charles de Torgues, soprannominato Monsieur Guy de la Motte, a pronunciare quelle parole.
Era offesa, e offesa grave.
Tanto più che nessun italiano era presente in quel momento.
Lo spagnolo Íñigo López de Ayala gli aveva consigliato di stare zitto.
Perché aveva bevuto troppo, quello era certo.
O era una vera sfida quella che cercava quel francese? «Sfidino pure quando vogliono, che non altro desidero se non di far vedere con l’arme in mano la verità di quel che dico. E come non dico ciò perché sono ubriaco».
Era stato lo stesso spagnolo a riferire le parole del francese, provocando furore e rabbia tra gli uomini d’arme italiani.
La riunione si tenne in una taverna e qualcuno propose un’immediata reazione contro il campo francese.
Fu Prospero Colonna a imporre la calma.
“Dobbiamo seguire le regole”, disse.
Per primo cosa furono inviati due cavalieri a chiedere chiarimenti a Charles de Torgues, per “sentire liberamente e fuor di tavola” se intendesse confermare quelle sue parole.
Lui confermò, e i due italiani gli lanciarono il guanto di sfida.
Accusandolo di mentire spudoratamente si dissero pronti a sfidare i francesi in battaglia, tanti contro tanti.
Charles de Torgues informò i suoi comandanti, tacendo sulle sue tracotanti parole.
Colpa degli italiani che «s’erano vantati d’essere superiori ai francesi nelle armi».
Non occorreva altro.
La sfida era accettata, con generale approvazione. Giusto ricordare che il 20 settembre 1502 si era già svolta una sfida tra gli spagnoli e i francesi.
Senza vincitori.
Erano occasioni da non perdere per gli uomini d’arme. L’ennesima sfida.
Una delle tante.
Un modo splendido per «ridare smalto agli scudi, e per avere conferma d’un modo di essere e di combattere che l’artiglieria e gli archibugi rendevano sempre meno sicuro e probabile».
Gli italiani fecero la proposta di dieci contro dieci.
I francesi rifiutarono.
Per farsi beffe della già tradizionale superstizione italiana proposero tredici contro tredici.
Deciso il numero, si proseguì secondo le regole di quelle sfide.
Venne patteggiata una tregua, si scambiarono ostaggi e si elessero i giudici.
Otto in totale.
Quattro francesi, due italiani e due spagnoli.
Lo scontro sarebbe stato «a battaglia finita», cioè all’ultimo sangue.
In campo neutro, nel territorio di Trani, che dal 1496 era possedimento veneziano.
Ogni cavaliere doveva avere con sé i soldi del riscatto.
Esattamente 100 scudi d’oro che in caso di sconfitta avrebbe perduto insieme al cavallo e all’armatura. Vennero scelti i campioni.
I migliori dei due eserciti.
I Colonna vollero scegliere rappresentanti dell’Italia intera «perché si spargesse l’onore della sperata vittoria».
La scelta non fu certo facile.
Ogni elenco proposto provocava interventi.
Con polemiche infinite, visto che per secoli i vari centri si contesero poi a colpi di documenti la paternità di questo o quel cavaliere.
Cerchiamo di ricostruire i nomi di quei combattenti.
I Colonna scelsero tre romani, perché «tale dignità spettava alla città che era stata vincitrice di tutte».
Si chiamavano Giovanni Bracalone de Carlonibus, Ettore Giovenale detto il Peraccio e Giovanni Capoccio “forse” di famiglia romana.
Poi due siciliani.
Guglielmo Albimonte forse di Ficarra e Francesco Salamone messinese, o forse di Caltanissetta.
La Campania era rappresentata da Ettore Ferramosca (in seguito Fieramosca) da Capua.
Da Marco Corelario detto il Corolario da Napoli, e da Mariano Abignente da Sarno.
E infine da Ludovico Abenavolo da Capua o da Teano. Dal settentrione Domenico de’ Marenghi detto Riccio da Parma; Romanello da Forlì e Tito o Bartolomeo da Lodi, detto “il Fanfulla”, il gradasso.
Sul tredicesimo ci sono sempre stati molti dubbi.
La Puglia rivendica da sempre un certo Miale o Miele, identificato come Ettore de’ Pazzis da Troia, anche se qualcuno lo chiama Miale Tisi da Paliano.
I combattenti francesi vennero scelti tra le soldatesche del La Palice.
Tralascio i loro nomi dato lo scarso spazio.
Prospero Colonna si incaricò di armare gli italiani. «Forti lance, e quasi d’un braccio più lunghe di quelle francesi (cm. 65 circa)»
A destra, in cambio della mazza di ferro, una scure contadina di gran peso.
Sul terreno pose due spiedi, in caso di caduta dei cavalieri italiani.
Con quelli avrebbero potuto continuare a combattere. E poi il Colonna li preparò psicologicamente.
«Essi avrebbero combattuto non per oro o argento, cose vili e spregevoli per uomini forti: ma per l’amore e la gloria della patria; che la loro impresa sarebbe rimasta nella storia»
I francesi erano sicuri di vincere
Così sicuri da non portare appresso i 100 scudi richiesti per il riscatto in caso di sconfitta
La battaglia avvenne in una piana tra Andria e Corato, il 13 febbraio 1503
I limiti del campo tracciati da aratri
Come spettatori solo pochi contadini
Dopo la Messa gli italiani si diressero al campo.
I francesi era già sul posto, unici a vestire tutti uguali. Dopo la consueta preghiera, gli abbracci e i discorsi dei comandanti, le schiere contrapposte si posizionarono.
Tre squilli di tromba diedero inizio alla disfida.
Era mattino tardi, tra le 11,30 e le 12,00.
Gli italiani avevano sul viso il vento, il sole e la polvere. Si fronteggiavano così i 26 professionisti della guerra. Il meglio dell’esercito francese e delle bande dei Colonna.
Tra cavallo e cavaliere il peso si aggirava sui 600 kg.
Lo scontro fu tremendo.
I combattenti « fecero un fracasso così grande e così terribile che pareva che il cielo e la terra avessero ad inabissarsi; e tutto il suolo era sparso di piastre di ferro e tronconi di lance e di spade rotte in più pezzi, ed era tutto molle di sangue…»
I francesi ad uno ad uno dovettero arrendersi
Charles de Torgues fu sospinto fuori dal campo dal Fieramosca e squalificato.
Alla fine ne rimase uno solo, Pierre de Liaye, fino a quando fu costretto dai giudici a cedere le armi.
A quel punto gli italiani si abbracciarono esultanti
I francesi sconfitti, non avendo i soldi per pagare il riscatto, furono portati prigionieri a Barletta.
Fu Consalvo a pagare per i francesi.
Che riconobbero: «in quella lotta nessuno avrebbe potuto resistere agli italiani prestantissimi in ogni virtù di guerra».
L’onta era lavata
Nel novembre del 1931 si pensò di costruire un monumento alla disfida nella città di Bari.
La città di Barletta insorse.
Vi furono morti e decine di feriti prima dell’arrivo di un reggimento, inviato per sedare la rivolta e presidiare la città.

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