Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة Mar 02, 2023
Thread 2/2 Ultimo
Ieri sera Johannes vi ha raccontato la mia storia. Quella di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra, Scozia e Irlanda.
Il mio tentativo di riconquistare il trono e l'arrivo con 4.000 uomini a sole 90 miglia da Londra.
E quel dilemma.
Il popolo inglese sarebbe insorto in appoggio al mio tentativo?
Gli aiuti promessi dalla Francia non erano arrivati e mentre ero eccitato per l’impresa, i miei ufficiali andavano ripetendo che attaccare una città come Londra in quelle condizioni era un’autentica pazzia.
Non restava che ritirarsi tra le montagne della Scozia attendendo gli uomini del duca di Cumberland.
Furioso, attaccai il mio fedele ufficiale Murrey.
Lo chiamai traditore e gli rammentai che in qualità di principe reggente di Scozia, Inghilterra e Irlanda mi doveva obbedienza.
Ritrovai la mia dignità in quell’ultima riunione.
«Fate come volete, ma che l’onta di questa ritirata ricada su di voi».
E così il 6 dicembre levammo le tende ritirandoci verso nord.
Non so cosa sarebbe successo se avessimo preso la strada per Londra.
Ora non mi restava che...
Un piccolo sogno.
Restaurare la monarchia scozzese indipendente, tornado alle origini, da quando nel lontano 1371 era partito l’avo degli Stuart, Roberto II.
Pur attaccati, durante la ritirata ottenemmo ancora una vittoria, a Penrith.
Al grido di «Viva il principe Charles».
Occupammo Stirling, e qui venni ospitato dalla bellissima castellana Clementina Walkinshaw.
L’ultimo e definitivo scontro lo avemmo a Culloden. C’è un monumento adesso.
A ricordare l’eroismo dei miei uomini.
Ci battemmo come leoni. Ma persi oltre mille uomini.
Da quel giorno il duca di Cumberland venne chiamato «il beccaio», un soprannome che è rimasto nella storia d’Inghilterra.
Feriti e prigionieri vennero massacrati.
I nobili a me fedeli furono decapitati.
Furono riempite liste di proscrizione.
E mise una taglia sulla mia testa.
Esattamente di 30.000 livres.
Perché per mia disgrazia, ero sfuggito a quel massacro.
Altro che «voglio sedere sul trono dei miei avi o morire».
Se fossi morto sul campo di battaglia ora sarei ricordato come un bellissimo personaggio romantico. Invece.
Il mio destino era ormai quello di rientrare povero e sconfitto, per diventare un uomo maturo ed invecchiare indecorosamente.
E’ così che mi dipingono gli storici.
Ricordato dall’ingenerosità pubblica come “Il Pretendente invano”.
Sarà così fino alla mia morte, avvenuta nel 1788.
Dopo la battaglia di Culloden, una volta lontano, avevo detto agli uomini rimasti: «Signori, non ho più un soldo. Che ciascuno provveda ormai alla propria salvezza. Se ci ritroveremo sul continente cercherò di aiutarvi come potrò».
Poi me ne andai con sette compagni.
Tanti quanti mi avevano seguito all’inizio in quell’impresa.
Malgrado la taglia, tutti mi davano rifugio.
E le donne anche altro, oltre a tanto alcool.
Talmente tanto da finire spesso sotto i tavoli.
Ci imbarcammo per la Francia sulla nave dal nome fausto: «Heureux».
Ma i francesi, per evitare grane con l’Inghilterra, non mi vollero.
Mi lasciarono la pensione, purché me ne andassi lontano, fuori dal regno.
Sei mesi prima ero l’idolo delle folle europee, ora solo un risibile pretendente fallito ed errabondo.
Un cattivo eroe insomma.
Che aveva avuto il cattivo gusto di non morire in un’impresa folle.
Costretto a cambiare nome. E spesso.
Mi feci chiamare John Douglas, Mister Smith, Penn, Burton e in molti altri modi.
Ricordate le bellissima Clementina Walkinshaw?
La ritrovai in un convento.
La tirai fuori e andai a vivere con lei.
Ubriacarmi diventò un’abitudine.
Nel 1753 Clementina mi diede una figlia, Carlotta. Potrei saltare al 1788, alla mia morte.
Se non fosse che nel 1772 incontrai Louise Maximilienne Caroline Emmanuelle, principessa di Stolberg-Gedern.
Lo so, avevo abbandonato a Parigi Clementina e Carlotta.
Però si erano sistemate bene grazie all’arcivescovo e al mio fratello minore, cardinale di York.
Luisa era una bella ragazza.
Ci sposammo nell’aprile del 1772.
Un matrimonio sbagliato, l’ennesimo errore.
Lei era giovane, io un vecchio beone, un po’ perché scozzese, e un po’ perché infelice “per una gamba piagata che puzzava ad ogni mutar di clima”.
Dopo cinque anni entrò nella nostra vita un conte italiano, tale Vittorio Alfieri.
Fu lui a determinare la nostra crisi di coppia.
Si innamorarono.
E così nel salone di Palazzo Guadagni, mentre io dormivo su una poltrona per il troppo alcool, loro tubavano accanto al fuoco, pieni d’amore.
Io di quando in quando mi svegliavo e li strigliavo.
Fu nella notte del 20 novembre 1780 che la “percossi duramente”.
Sempre a causa dell’alcool.
Pochi giorni dopo mia moglie se ne andò da casa rifugiandosi nel convento delle Bianchette.
A casa non tornò più.
La mia vita precipitò.
Mia moglie mi odiava, anche se da lontano.
E con i principi i rapporti erano difficili.
Davo fastidio a tutti, perché pur continuando a ritenermi Re, ero praticamente povero.
E un povero non poteva firmarsi Carlo Re.
E così mia moglie cominciò ad aspettare con impazienza la mia morte.
Per essere finalmente libera col suo Alfieri.
«Il vecchio rudere» mi chiamavano.
Feci l'impossibile per riaverla con me. Inutilmente. Certo, accordarle alla fine la separazione legale in cambio di 20.000 lire all'anno e uno scrigno di gioielli, non fu il massimo.
Ma la bottiglia di whisky, lontano dalla mia Scozia, costava un botto.
Ero più che povero ormai.
Alla fine smisi di bere.
Solitario e senza alcool mi restavano solo i ricordi.
Mi ricordai di avere una figlia, Carlotta.
La richiamai a me a Firenze nel 1784
La riconobbi come figlia legittima col titolo di duchessa d’Albany.
Lei iniziò a coccolarmi e a riportarmi nella società
E per farmi cambiare ambiente mi portò a Roma, vicino al fratello che non avevo mai amato e ai ricordi di mio padre Giacomo III che disprezzavo da sempre.
Mentre a Parigi, mia moglie Luisa e il suo amante Vittorio Alfieri continuavano a sperare nella mia morte.
Desiderio esaudito il 30 gennaio 1788, quando mi uccise un colpo apoplettico avuto giorni prima.
Avevo 68 anni.
Prossimi alla Rivoluzione Francese, in quel 30 gennaio in Scozia nessuno intonò con un boccale di whisky il “De Profundis” per me, l’eroe morto.
Nessuno.
Mentre a Parigi, mia moglie Luisa e il Conte Alfieri si scambiarono occhiate di soddisfazione.
«Abbiamo saputo qui la morte del personaggio di Roma, appena ancora lo possiamo credere, tanto ci aveva persuasi della sua immortalità».
Iniziando subito dopo la festa, senza pudore.
«Se qualcosa può valere a giustificare la credenza in una fatalità cui nulla riesce a sfuggire, è proprio questo seguito di sventure che si abbattono sulla casa degli Stuart in un periodo di più di trecento anni»
(Voltaire nel suo “Secolo di Luigi XIV”)

جاري تحميل الاقتراحات...