Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

20 تغريدة 1 قراءة Mar 02, 2023
Il 30 maggio 1431 nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen moriva sul rogo Giovanna d’Arco.
Aveva solo diciannove anni.
Il processo era durato cinque mesi nei quali la giovane aveva tenuto un contegno fermissimo.
Condannata come eretica dai preti inglesi e francesi.
Forse si sarebbe aspettata più appoggio da Carlo VII di Francia, che a lei doveva in pratica il regno.
Neppure lui si dimostrò dispiaciuto della sua morte.
I francesi non erano rimasti certo ammirati dalle sue vittorie.
Stupiti, quello sì.
Ma era Dio o il diavolo, si chiedevano?
Perché per lo spirito superstizioso dell’epoca, era quello l’interrogativo.
Chi guidava i suoi passi? Dio o il diavolo?
Quel secolo, il XV, sarà quello in cui più si crederà all’esistenza delle streghe.
I roghi erano per tutti un atto di giustizia.
Tuttavia, chi aveva una vendetta da compiere a chi si affidava? Ecco, appunto.
Agli esperti di magia, "che procurassero la morte del loro nemico".
Il sistema più usato era quello di trafiggere un’immagine di cera del proprio nemico.
Certo, poi bisognava pronunciare una formula magica. La regione francese ritenuta terra di maghi?
La Lorena.
Anche la religione risentiva di questa assurda mentalità.
I francesi andavano a messa praticamente ogni mattina.
Per devozione? Direi proprio di no.
Si credeva che durante la funzione il corpo non invecchiasse. Non solo.
Per tutta la giornata sarebbero stati protetti dalla possibilità di diventare ciechi.
All’inizio la chiesa era piena di mendicanti.
Poi i loro lamenti e le richieste di elemosina iniziarono a dare fastidio.
E si decise di impedire loro l’entrata in chiesa. Com’era la vita a quei tempi?
Finita la funzione ognuno si avviava alle proprie occupazioni.
Di regola l’uomo a bottega.
Oppure a badare alla propria terra, o ai cavalli.
La donna si dedicava alle faccende di casa.
Il primo impegno?
Quello di eliminare le pulci dal letto maritale.
Una vera calamità. Le pulci, intendo.
A tale scopo stendeva sul letto una pelle di capra, per poi richiuderla stretta più tardi, portando fuori di casa le pulci che si erano annidate.
Poi passava in cucina.
Le vivande dovevano essere fortemente drogate, vere leccornie per i palati dei mariti.
Abbondavano pepe, zenzero, aceto, chiodi di garofano e cannella.
Per strada si poteva facilmente distinguere il ceto sociale. Dagli abiti e dagli ornamenti.
Una vera gerarchia.
Per il contadino l’abito era in genere di colore bleu, permettendo ai cavalieri e ai ricchi borghesi,di poterlo scansare con disprezzo.
La sua vita grama.
Non poteva cacciare, ma soprattutto non poteva proteggere i suoi terreni con fossati e siepi.
O con qualsiasi altro ostacolo.
I terreni dovevano essere liberamente attraversati dai nobili che facevano della caccia il loro sport preferito.
Un mestiere che aveva qualche vantaggio?
Quello del fornaio.
Che poteva persino entrare nel Consiglio Cittadino e nella Corporazione dei Fornai.
L’amore raramente entrava nel matrimonio.
Di regola era solo un contratto.
Poteva accadere che un ricco borghese si vedesse costretto dal re a dare in moglie la figlia a un nobile spiantato. Seppur con un dote considerevole.
Per questo accasavano molto presto le figlie.
Il divertimento si riduceva alle esecuzioni capitali.
Per loro uno spettacolo persino divertente, una piacevole fiera.
A Parigi il Cimitero degli Innocenti era il luogo più frequentato per passeggiare.
E fare acquisti nelle botteghe che si aprivano sotto le sue arcate.
Non potevano mancare le prostitute, intente a fare approcci mentre dai muri della chiesa si udiva qualche “romita” salmodiare.
Le romite erano donne che rinunciavano al mondo per farsi “murare” vive.
Ad esse veniva corrisposto uno stipendio di 8 livres all’anno.
Le passeggiate a volte erano interrotte dai predicatori ambulanti che dissertavano di anima e pene per i peccati.
La gente ascoltava e non di rado poteva succedere che qualcuno andasse a casa a prendere le cose ritenute fonte di peccato per farne “rogo delle vanità”.
Un bel falò di tavolini da gioco, carte, dadi, ornamenti e roba del genere.
Rincasando da quelle passeggiate le donne si toglievano l’acconciatura chiamata “hennin”.
Sì, quella che possiamo vedere sulla testa delle fate.
E gli uomini le “paulaines”, scarpe dalle punte lunghe.
Alla sera, dopo mangiato, si poteva giocare a dadi, o a giochi di società.
Allora era in voga il “Jeux à vendre”, dove la donna doveva dire il nome di una cosa e l’uomo rispondere con un complimento che facesse rima.
Infine si andava a letto invocando il nome di un santo.
Visto che l’orrore della peste era sempre presente i santi che venivano invocati frequentemente erano San Rocco, Sant’Egidio e San Sebastiano che si credeva salvassero da quel flagello.
La madre metteva a letto i figli affidandoli all’Angelo Custode, che cominciava a diffondersi.
Se c’era una cena a Corte o in qualche nobile palazzo, i poveri si affollavano fuori dalle porte in attesa degli avanzi.
Di solito erano “le tovaglie di pane”.
Larghi piatti fatto da pasta di pane dove venivano adagiate le pietanze e poi lasciate sui tavoli.
Molto succulenti.
Quando venivano lasciati ai poveri molto spesso si accendevano risse.
Questa in poche parole era la vita ai tempi di Giovanna d’Arco.
Dove i roghi delle streghe attiravano folle plaudenti.
Che poi si affidavano alla stessa magia per ottenere vendette e successi.

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