Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 10 قراءة Mar 02, 2023
Thread 4/4 Ultimo
Siamo arrivati al thread conclusivo.
La colonna tedesca è stata fermata dai partigiani all’altezza di Musso.
Il duce è sull’autoblindo.
Fallmeyer ha fatto salire sulla sua jeep due partigiani con una bandiera bianca per andare a parlare con i loro capi.
Si inerpicano lungo la strada di montagna tra due ali di partigiani armati.
Fallmeyer si sente perduto.
Pensa che i partigiani siano un esercito.
Non sa che è un gigantesco bluff di Pedro, per dare al tedesco proprio quell’impressione.
Sapendo di dover fermare quella colonna Pedro ha chiesto a tutti i valligiani di presentarsi lungo la strada con tutte le armi possibili, anche catenacci.
Non sono partigiani, ma danno l’impressione di un esercito, pronto a respingere i tedeschi.
Mussolini ormai è disfatto.
Scende, prende Claretta Petacci e la raccomanda al capitano tedesco Otto Kisnat.
«Sapete chi è questa signora?»
«La vostra amica».
Mussolini è irritato.
«Che significa amica? Lei ha rischiato la vita per me e ho il dovere di proteggerla»
Nel frattempo l’interprete ha tradotto a Fallmeyer l’ultimatum di Moretti.
I tedeschi potranno avanzare fino a Dongo, dove saranno disarmati e poi lasciati proseguire.
Per passare in Svizzera dovranno però chiedere un secondo permesso al comando partigiano di Colico.
Gli italiani e i fascisti dovranno invece fermarsi a Dongo.
Per loro non c’è scampo.
27 aprile, Musso, una del pomeriggio.
I tedeschi sanno che bisogna salvare Mussolini.
Ma come?
E se gli facciamo attraversare il lago in barca?
No, ci sono le mitragliatrici dei partigiani.
Forse un sistema c’è, dice Kisnat.
E rivolgendosi al duce: «Vi darò un cappotto militare dei nostri e un elmetto tedesco. Passerete il controllo come foste uno di noi».
Mussolini replica.
«Non lo faccio volentieri. Quando vedrò Hitler mi vergognerò. Voglio pensarci su»
Kisnat perde la pazienza.
«Non c’è tempo per pensare. Decidetevi, perché stiamo partendo».
Un soldato tedesco passa a Mussolini un cappotto e un elmetto. Quando li indossa partono alcune risate. Mussolini si è messo in testa l’elmetto al contrario. Glielo raddrizzano.
Porgendogli poi una pistola P.38 e sistemandogli le spalline.
Mussolini è pallido mentre sale su un camion.
I suoi fedelissimi imprecano: «Il duce ci abbandona!». Mussolini borbotta: «Devo andare con i tedeschi perché degli italiani non mi fido più»
Claretta Petacci cerca di salire anche lei sul camion insieme a Mussolini, ma i tedeschi la respingono. Rimane in lacrime sul ciglio della strada.
I partigiani hanno visto tutto quello strano movimento. Non sono preoccupati, ma incuriositi, quello sì.
Si avvicinano.
Moretti ha subito la sensazione che stiano per trasbordare qualcuno di importante.
Alcuni gerarchi fascisti girano al macchina e prendono una stradina che li porterà in un vicolo cieco.
Altri entrano a Musso e si consegnano al parroco don Enea Mainetti.
Qualcuno bussa persino ad una casa di contadini implorando pietà.
Saranno tutti catturati dai partigiani.
27 aprile, ore 15.15, Piazza di Dongo.
La colonna è arrivata ed è ferma in fila indiana per la perquisizione.
Moretti incarica Bill per quel compito.
E qui, per chi vi sta raccontando quelle ore, le cose si fanno complicate.
Nel senso che di sicuro non c’è niente.
Almeno fino al libro di Bandini indicato nella presentazione.
Io ve la dico come l’ha raccontata.
Sono certo che approfondirete.
E’ lo stesso Moretti a raccontarlo anni dopo, cambiando in parte la prima ricostruzione.
Ricordate che aveva assegnato a Bill della perquisizione?
Moretti scriverà in una sua rievocazione: «Cosa che invece, non so per quale motivo, Bill non fece».
«Pensava che se Mussolini era nella colonna, stava sicuramente sull’autoblindo. E non si mosse al mio ordine perché non voleva perderla di vista. Il terzo camion tedesco era già stato controllato ed era tutto a posto. Poi si era avvicinato un altro partigiano, Giuseppe Negri»
Lui Mussolini lo aveva visto da vicino, una volta, quando si trovava sulla nave che nel 1943 lo aveva portato dalla prigione di Ponza a quella della Maddalena.
E’ come un sesto senso a spingere Negri verso il camion giusto.
Sale e getta un’occhiata e sul fondo vede un tedesco.
In un angolo, rannicchiato e imbacuccato nel cappotto.
Lo squadra da cima a fondo e trasale.
Dal pastrano della Luftwaffe emergono i pantaloni dell’uomo. Sono pantaloni militari fascisti, con la banda nera e il filetto d’oro dei gerarchi.
Si rivolge ai tedeschi.
«Chi è?»
«Camerata ubriaco» rispondono.
Negri scende in fretta.
Indica il camion a un ufficiale di finanza dicendogli di tenerlo d’occhio, poi corre da Bill.
E qui, sempre nel libro di Bandini, esistono due versioni. La prima è quella che si sapeva da anni.
Negri, che ha intravisto li viso dell’uomo, si è ricordato il personaggio a cui i marinai della sua nave avevano regalato un cocomero con inciso sulla buccia: «Viva il duce!»
Lui che va dal suo capo e gli mormora in un orecchio: «Bill, ghé chì el crapùn!»
«Sei matto? Dov’è?»
«No, è vero. Su quel camion, vestito da tedesco».
Bill che sale sul camion, si accosta all’uomo e battendogli la mano sulla spalla gli dice: «Kamarade!». Visto che l’uomo non risponde gli dice: «Eccellenza!». Ancora nessuna risposta.
Nemmeno un movimento.
«Cavaliere Benito Mussolini!».
Solo in questo momento l’uomo si muove.
Bill gli leva l’elmetto, gli occhiali scuri e il mitra appoggiato sulle ginocchia.
Il cranio calvo è inconfondibile.
E’ sicuramente lui, Benito Mussolini.
«In nome del popolo italiano l’arresto!»
«Non faccio nulla» risponde Mussolini.
E questa è la prima versione.
Questa invece la seconda.
La versione questa volta è di Moretti.
Moretti fu un importante personaggio in quella vicenda.
Lo ritroviamo da protagonista nella fucilazione di Mussolini.
Il suo racconto inizia da quando Negri salta giù dal camion, ricordate?
Dice che un ex carabiniere, tale Ortelli, lo ha visto parlare con un tedesco.
Il soldato tedesco forse comprende che Negri ha capito chi è l’uomo e forse per disprezzo verso il duce ha ordinato agli uomini del camion di scendere tutti. Nessuno vuole morire per il duce.
Ortelli si avvicina e guarda dentro. Non c’è dubbio. Quello è Benito Mussolini.
L’uomo si alza in piedi e alza le braccia in segno di resa.
Lo fanno scendere e lo accompagnano al municipio. La fuga è fallita.
La Repubblica di Salò è morta ingloriosamente.
Ora non rimane che un ultimo atto. Piove.
Il dittatore è pallido, tanto da sembrare un fantasma.
FINE

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