Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 7 قراءة Mar 02, 2023
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Milano, mercoledì 25 aprile 1945, ore 19.00.
La città sta per insorgere.
I tram sono in sciopero, le fabbriche in periferia occupate dagli operai.
«Fai presto!», urla Mussolini al suo autista.
Strano, anche perché le strade sono deserte.
Il tragitto dall’Arcivescovado alla Prefettura in corso Monforte è breve.
Perché quella fretta?
Lui ora ha due problemi.
Eliminare la scorta tedesca che lo controlla, e ha sicuramente l’ordine di impedirgli la fuga in Svizzera, e lasciare indietro quel tipo di fascisti.
Quelli che chiama «i matti», ansiosi di «morire in bellezza».
L’alibi glielo ha fornito l’incontro coi capi del CNL in Arcivescovado.
E’ lì che nel pomeriggio ha saputo da don Bicchierai che i tedeschi stanno trattando da 2 mesi la resa con gli alleati.
«Tradimento!» aveva urlato
Un 8 settembre alla rovescia.
Perché era stato all’Arcivescovado?
Perché il Cardinale Schuster aveva assunto il ruolo di negoziatore con gli Angloamericani.
Il 13 marzo era stato suo fratello Vittorio Mussolini, a nome del padre, a pregare Schuster di fare una cosa per loro.
Intercedere presso la Santa Sede, tramite la Nunziatura di Berna, per far arrivare agli Angloamericani proposte di negoziati.
E che proposte.
Le forze armate della Repubblica Sociale al comando del generale Graziani avrebbero continuato a mantenere l’ordine nelle città.
Ogni movimento incontrollato ed estremista di formazioni irregolari (leggi i partigiani) doveva essere combattuto dalle forze della RSI e dagli alleati.
Gli Alleati avrebbero dovuto disarmare il partigiani e il Clero fare opera di propaganda a favore della pacificazione.
In più la richiesta di sospendere arresti e processi non solo per i fascisti, ma anche per tutte le loro famiglie.
La RSI si sarebbe sciolta e tutti i cittadini avrebbero avuto la parità dei diritti e dei doveri in attesa di un nuovo governo, e la convocazione di una Costituente.
La risposta a firma del sostituto Segretario di Stato. Monsignor Domenico Tardini, era arrivata da Berna con foglio n. 27532 con data 11 aprile 1945.
«Consta alla Santa Sede che Alleati non intendono entrare in trattative ed esigono resa senza condizioni».
E così il giorno dopo il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia aveva diramato un elenco dei traditori della Patria da considerare come criminali di guerra.
Tra loro Mussolini, Pavolini, Graziani, i ministri Zerbino, Mezzasoma, Giuseppe Spinelli.
E molti altri.
La stessa resa incondizionata che gli avevano chiesto nel pomeriggio i capi del Comitato di Liberazione Nazionale in Arcivescovado.
E lui, Mussolini, aveva promesso a loro e al Cardinale Schuster, che avrebbe dato una risposta entro un’ora.
Era arrivato nel cortile della prefettura di Milano, dominato da una confusione indescrivibile.
C’erano ministri con le loro famiglie.
E poi funzionari, soldati, camicie nere, giovani, veterani di guerra fascisti.
Era saltato giù dalla macchina e si era lanciato su per lo scalone
Il primo che aveva incontrato era stato il capo della sua scorta tedesca e gli aveva urlato.
«il vostro generale Wolff ci ha traditi».
Il sottotenente delle SS Fritz Birzer era rimasto sbalordito da quella affermazione.
Mussolini aveva poi incontrato per le scale Paolo Zerbino.
Ministro dell’Interno.
E a lui aveva detto: «Se non si parte ora non si parte più»
Tra i fedeli il cieco di guerra Borsani, medaglia d’oro. Annaspa verso Mussolini e lo implora: «Duce, ho saputo che ci volete lasciare. Non lasciateci. Ho dato i miei occhi per voi e darò la vita».
Mussolini gli tocca la spalla, poco commosso e molto seccato: «Borsani…Borsani…»
E poi tutti nel salone di rappresentanza
C’è anche l’industriale Gian Riccardo Cella, che ha combinato l’incontro col cardinale e i capi del CNL.
Il duce lo fulmina.
«Traditore!».
«Mi avete ingannato, mi avete condotto in una trappola, pagherete con la vita».
Il Generale Wening, comandante la guarnigione tedesca di Milano, è basito.
Mussolini si sfoga. «Sapete cosa mi ha detto il Cardinale? Pentitevi dei vostri peccati! Vuole una risposta tra un’ora»
«Bisogna andar via subito prima che sia troppo tardi». Per i suoi fedelissimi le sue parole sono un sacrilegio. Come può pensare il duce a una fuga vergognosa.
Lo spirito fascista esige una bella morte, sotto le rovine della Prefettura o della caserma della Xa MAS di Borghese.
Mussolini tace.
Guarda la carta topografica sul tavolo.
«Si lascia Milano immediatamente. Destinazione Como».
Poi getta a terra i documenti del governo da firmare. Qualcuno gli sottopone la lista dei reparti fascisti che marceranno su Como, la nuova “Termopili” di Salò.
Nemmeno li degna di un’occhiata.
Il figlio Vittorio lo supplica di nascondersi in casa di amici, per consegnarsi poi agli alleati.
«Fatti gli affari tuoi» gli urla il padre
Si racconta che Mussolini abbia sollecitato i preparativi invitando poi la scorta tedesca a tenersi pronta.
Inverosimile
Per il piano che ha in mente quella scorta può essere solo un problema.
Lui vuole scappare in Svizzera con la sua piccola corte e la favorita, come un re in esilio.
Se voleva resistere poteva ritirarsi verso il Brennero, lungo strade presidiate dagli alleati tedeschi
La colonna per Como è pronta.
Malgrado l’insurrezione la strada Milano-Como è sicura, protetta dai militi della Nuti.
Mussolini manda a prendere Claretta Petacci che sta in un appartamento in Corso del Littorio protetta da un ufficiale delle SS.
D’altronde è la sua favorita.
Tutti hanno capito che la meta della sua fuga è la Svizzera.
Essendo lui da anni cittadino onorario della Confederazione pensa che lo accoglieranno a braccia aperte.
«Ognuno è libero di fare quello che vuole» dice ai suoi fedelissimi, apprestandosi ad entrare nella macchina.
Fritz Birzer, il comandante della sua scorta, gli si era parato davanti.
«Duce, vi annuncio che la vostra scorta è pronta a partire con voi».
A Mussolini scappa un’imprecazione.
Che vogliono questi tedeschi.
Mi hanno tradito e vogliono ancora controllarmi.
Mussolini comprende che non è facile liberarsi di loro.
Lo potrà fare a Como.
Mussolini alza le spalle mentre Birzer ordina ai suoi di muoversi.
Quello che il duce non sa, è che Birzer ha ordini precisi.
«Non devi perdere d’occhio Mussolini, neppure un istante»
«Piuttosto che consegnarlo a qualcuno, in caso disperato, rivolgete le armi contro di lui. E sparate per uccidere!».
Bombacci ha una valigia.
«Dove va il duce vado anch’io».
Borsani piange. «No, duce, non ci abbandonare così. La fine del fascismo non può essere così vergognosa».
Pavolini lo schiaffeggia.
Neppure un eroe cieco può accusare il duce di viltà.
Il giornalista Silvestri implora: «Non te ne andare duce, ti difenderemo noi».
Ormai è tardi.
La sua Alfa 2500 si è avviata.
Il colonnello Colombo promette 5.000 uomini a Como.
Borghese tace.
A domani

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