Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 3 قراءة Mar 02, 2023
Dopo l’armistizio dell’8 settembre il nuovo stato fascista che stava sorgendo al Nord faticò a trovare un’etichetta.
I suoi fedelissimi parlarono alla radio di Monaco di Baviera, nella notte tra l’8 e il 9 settembre, e annunciarono un generico “Governo Nazionale Fascista”.
Passano pochi giorni e si cominciò a parlate di “Stato Fascista Repubblicano” per poi passare il 18 ottobre, a una nuova denominazione: «Stato Nazionale Repubblicano».
Finalmente il 28 novembre è il Consiglio dei ministri a proclamare la formula definitiva.
Il nome scelto è: “Repubblica Sociale Italiana”.
La bandiera è il tricolore con il fascio repubblicano sulla punta dell’asta.
Tutto a posto finalmente.
Più o meno.
Nel senso che ai tedeschi quel nome proprio non andava giù.
Perché quel “sociale” che orecchia al socialismo?
In quel momento particolare a loro non sembra il massimo.
E poi perché la contemporanea mancanza dell’aggettivo «fascista»?
Persino Pavolini si chiede perché non “Repubblica Sociale Fascista” e la risposta di Mussolini è netta: «Sociale, non fascista»
I tedeschi si convinsero del solito pasticcio all’italiana. Niente da dire invece sul connotato repubblicano. Mussolini spera di mettere il Paese di fronte a una scelta.
I repubblicani da una parte e i traditori filo sabaudi dall’altra.
Ma il re è contestato ormai anche al sud.
Ma serve una distinzione.
Ci pensa da Radio Londra Umberto Calosso ad usare un termine in senso dispregiativo.
I seguici del neofascismo inizia a chiamarli «repubblichini».
Il termine si diffonde rapidamente.
Il capo della RSI non può essere che Mussolini. Diciamo che la RSI sarebbe nata anche senza di lui.
Anzi.
La maggioranza dei gerarchi nazisti lo avrebbe preferito.
Per la paura che Mussolini possa limitare la loro azione.
Per Goebbels: «fare tabula rasa dell’Italia»
Goebbels lo annota il 23 settembre quando viene a sapere dei molti treni che risalgono la penisola carichi di roba e di braccia.
«La catastrofe italiana si è rivelata un buon affare per noi».
Anche per quello che era avvenuto tre giorni prima. Grazie al maggiore delle SS Kappler.
Che si era fatto consegnare dal governatore Vincenzo Azzolini la riserva aurea della Banca d’Italia. Spedendola a Milano, ma non con aerei, che - nota Azzolini - «non si sarebbero certo fermati a Milano», ma per ferrovia, custodita da impiegati della Banca sotto scorta tedesca.
I tedeschi usano il marco d’occupazione che ha un cambio nettamente favorevole.
Non solo.
Con l’accordo del 21 settembre ricevono dalla Repubblica di Mussolini sette miliardi al mese, che diventeranno poi dieci.
Un governo fascista senza Mussolini?
Ma a chi?
Il candidato più quotato sarebbe Roberto Farinacci, che però per i tedeschi si comporta come «un imbecille maldestro» dice Goebbels.
A Hitler il ras di Cremona parla sempre male di Mussolini e Hitler stesso capisce che non può essere l’uomo giusto per fare grandi cose.
Dopo la 25 luglio non erano stati molti i gerarchi fascisti a fuggire in Germania.
Il motivo?
Molti di loro temevano meno il governo Badoglio che quello tedesco.
I primi ad arrivare erano stati Farinacci e Preziosi, poi Alessandro Pavolini e Renato Ricci.
La prima sortita?
L’8 e il 9 settembre, con un appello da Radio Monaco ai «valorosi soldati dell’esercito, della marina, dell’aeronautica e della marina».
«Italiani combattenti, il tradimento non si compirà». Quell’annuncio, a Roma, verrà ascoltato dai fascisti con sentimenti contrastanti.
E nemmeno agli occhi dei tedeschi quello sembra essere un vero governo.
Gruppo sparuto con pochi elementi rappresentativi. Qualche fascista è pure in disaccordo con i tedeschi. «Che altro possono fare questi signori se non lavorare per noi?» si chiede Goebbels.
Dopo la liberazione del duce, Farinacci si era offerto per il Ministero degli Interni rifiutando la segreteria del partito.
Ma era stata la stessa liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso a cambiare completamente le cose.
A modificare la situazione.
Uscito di scena, Mussolini si era ormai convinto della fine della sua avventura politica.
Il suo desiderio era quello di ritirarsi in campagna, a Rocca delle Caminate, come i presidenti del consiglio quando passavano la mano.
E invece aveva deciso di accettare di fondare la RSI.
Perché Mussolini accettò?
Sicuramente perché Hitler non avrebbe avuto difficoltà a trovare un altro fantoccio da mettere a capo di un governo improvvisato.
E poi c’era la sua vocazione per il potere, la voglia di misurare ancora una volta cos’era rimasto della sua popolarità.
Hitler era a conoscenza di certe carte comprovanti l’intenzione di Mussolini di uscire dalla guerra.
Certi approcci in Svizzera per una pace separata erano lì a dimostrarlo.
Per qualcuno forse la necessità di limitare l’ira teutonica sugli italiani?
Nel caso un tentativo vano.
Dal 15 al 24 settembre i tedeschi compiranno l’eccidio ebraico di Meina, il 19 daranno alle fiamme il villaggio di Bones massacrando gli abitati, fino al 16 ottobre, il «sabato nero» quando deporteranno gli ebrei romani ad Auschwitz.
Con i fascisti loro complici.
Tanto che i fascisti saranno più odiati dei tedeschi.
La mattina del 23 Pavolini potrà presentare all’ambasciata tedesca a Roma la lista del costituendo governo.
Molte le defezione e Mussolini deve arrangiarsi con gli uomini che ha.
L’unico nome di “prestigio” è lui, Graziani.
Dove avrà sede il nuovo governo?
Nessuno lo sa.
I tedeschi escludono da subito Roma, città aperta, sede del Papa.
Non va bene per certi giochetti e Mussolini ne soffre.
Il primo consiglio dei ministri avviene il 27 settembre a Rocca delle Caminate.
Mussolini arriva da Monaco all’aeroporto di Forlì pilotando un aereo tedesco da combattimento.
Per la riunione si fa prestare una camicia nera.
Rimarrà a Rocca due settimane, le prime due in Italia dopo la sua liberazione.
Sono passati ormai due mesi dal 25 luglio.
Il nemico occupa già un terzo del Paese.
Tra coloro che sono accorsi volontariamente sotto le bandiere di Salò ci sono i ribelli alla «vergogna» dell’8 settembre; frotte di avventurieri e di disoccupati; qualche imprevedibile utopista dalle idee confuse.
E poi ex squadristi.
Mussolini però non ha più trent’anni e le sue giornate sono più monotone.
Lui era abituato a fare l’uomo di Stato, in equilibro tra il partito e la società, l’esercito e la Confindustria, la monarchia e il Vaticano.
La differenza con la vita di Palazzo Venezia è abissale.
C’è sempre la Petacci.
Arrestata, è stata liberata dai tedeschi e sistemata in una villa a Gardone.
Lui la va a trovare di nascosto sfuggendo alla rete di sorveglianza di donna Rachele.
Che però una volta lo becca.
E come al solito, invece di tornare a casa, dormirà in ufficio.

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