Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 2 قراءة Mar 02, 2023
Thread 7/8
Ieri sera ho iniziato a raccontare, ora per ora, le ore calde che precedettero la marcia su Roma.
Ho lasciato Mussolini a teatro dopo aver corretto, al Popolo d’Italia, il proclama che aveva preparato da tempo per questo momento.
Mentre il re sta arrivando a Roma.
Roma, Venerdì 27 ottobre, ore 20.05.
Vittorio Emanuele arriva nella saletta della stazione. Ad aspettarlo c’è il Presidente Facta.
Approva le misure adottate dal governo, ma non quello di fare un nuovo ministero durante la violenza.
Poi dice a Facta che se ne va in campagna.
Roma, ore 22.
Facta telefona al prefetto di Milano Lusignoli.
Viene a sapere del fallimento delle trattative con Giolitti.
Facta si reca dal re a Villa Savoia e gli consegna le dimissioni.
Poi torna nella sua residenza all’Hotel Londres in Via Sardegna e si mette a letto.
Perugia ore 23.45.
In due stanze dell’Hotel Brufani è installato il comando generale fascista.
A Perugia sono convenute le squadre «Satana», «Disperatissima», «Toti», «Fiume» e «Grifo».
Una delegazione chiede al prefetto Franzi la resa.
Alle 0.30 tutto è compiuto.
Sabato 28 ottobre 1922. Roma ore 0.30.
Il Generale Pugliese ha assunto i poteri per l’ordine pubblico.
L’Onorevole Beneduce è preoccupato.
Al ristorante «Il fagiolo» ha parlato con due capi fascisti, De Vecchi e Dino Grandi, che stanno partendo per Perugia.
Gli hanno detto che sarebbero ritornati a Roma con le colonne fasciste.
Lo comunica all’onorevole Rossini che corre da Facta a comunicargli la notizia.
Facta è arrabbiato.
Chiama Pugliese e gli chiede perché l’esercito non ha impedito quelle azioni.
Pugliese gli risponde piccato.
«E’ accaduto per mancanza di ordini precisi sul contegno da tenere di fronte alle violenze fasciste. Dia il governo ordini precisi e scritti, che finora non osò mai dare, e l’esercito in poche ore ristabilirà l’ordine in tutta Italia».
Facta, che in seguito verrà soprannominato «Nutro fiducia» ora è preoccupato.
Pensa di proporre lo stadio d’assedio.
Nervoso, telefona al generale Cittadini invitando a trasferire il Re da Villa Savoia al Quirinale, certamente più sicuro.
Lui intanto si ritirerà al Viminale.
Roma ore 2.
Facta si reca da Vittorio Emanuele.
Dopo un colloquio di venti minuti esce e si fa portare al Viminale, dal quale, dice, uscirà solo morto. «Dobbiamo preparare il decreto di stato d’assedio» dice al segretario Amedeo Paoletti.
«Sua Maestà lo firmerà domattina».
Roma ore 5.00.
Facta spedisce tre telegrammi.
Uno a Giolitti, uno a Mussolini e uno al leader popolare Meda.
Il testo è identico per tutti e tre.
Li invita a venire subito a Roma per parlare con il re.
Milano ore 6.00.
Mussolini arriva al Popolo d’Italia. La città è tranquilla. In Via Lovanio, angolo Via Moscova, sono state erette alcune difese.
Settanta fascisti proteggono l’entrata.
Su ordine delle autorità militari non possono circolare in città né tram né vetture.
Roma ore 6.00. Consiglio dei Ministri.
Prima Facta vuol conoscere l’opinione del leader del partito popolare Don Sturzo.
La risposta è chiara.
«Sì, il partito popolare appoggerà lo stato d’assedio a patto che il governo ritiri le dimissioni e si presenti compatto al Paese»
Dunque lo stato d’assedio. All’unanimità.
Il Ministro Taddei mostra il testo di due telegrammi che saranno inviati subito ai prefetti e ai comandanti militari.
Uno annuncia lo stato d’assedio.
L’altro dà l’ordine di impedire l’assalto agli edifici pubblici «a qualunque costo»
Roma ore 8.00.
Svegliato dal ministro Russo, Luigi Federzoni viene messo al corrente degli avvenimenti.
Si precipita al Viminale e da lì telefona a Mussolini; «De Bono mi ha detto che c’è conflitto e se continua così avviene quella cosa. Devi venire subito a Roma».
Mussolini: «Io non posso venire a Roma perché l’azione a Milano è ancora in corso».
(In realtà perché Milano dista poco dalla Svizzera. Non si sa mai).
Federzoni: «Vedi di non muoverti da Milano, allora». Mussolini: «Non mi muovo, ma bada che la crisi si orizzonti verso destra».
Federzoni: «In che senso a destra?»
Mussolini: «A destra, a destra. Un governo di fascisti». Federzoni: «Siamo d’accordo, non c’è dubbio. Ma bisogna evitare una situazione di armistizio. Entro domani sera mi impegno ad ottenere quello che desideri».
Roma, 08.30.
Il Manifesto al Paese viene stampato in gran fretta dalla tipografia dello Stato.
Conclude con: «I cittadini conservino la calma ed abbiano fiducia nelle misure di P.S. che sono state adottate. Viva l’Italia. Viva il Re».
Roma ore 9.00.
Facta giunge al Quirinale con la copia del decreto dello stato d’assedio.
Il re si rifiuta di firmare.
Perché Vittorio Emanuele cambiò idea in quelle sei ore tra il 27 e il 28 ottobre?
Perché non firmò il decreto che avrebbe potuto fermare la marcia su Roma?
Bella domanda. C’è solo una certezza.
I testimoni attendibili non possono essere che due: Facta e il re.
Facta non ha mai voluto parlare di quel rifiuto.
Una dichiarazione della figlia ha rivelato che suo padre, un giorno le parlò di quel drammatico colloquio con il re.
Suo padre gli aveva descritto la grande agitazione del re che in dialetto piemontese continuava a ripetere: «Viene il duca d’Aosta! Viene il duca d’Aosta!»
Che il re avesse paura, firmando quel decreto, di essere scavalcato dal Duca d’Aosta è opinione diffusa. Ma...
Ma ci sono le dichiarazioni dello stesso re, contenute nel libro del generale Paolo Puntoni, dove dice di non aver mai saputo di intese del duca con i fascisti. Qualcuno aveva fatto circolare la voce, ma lui non aveva firmato solo «per evitare spargimento di sangue».
Mah...
Civitavecchia ore 8.00.
Un reparto del Genio ferroviario ha bloccato un treno con 800 fascisti.
Altrettanto a Orte, alla stessa ora.
E così si farà, alle 8.30 ad Avezzano.
Per il generale Pugliese i fascisti mobilitati per la marcia sono meno di 26.000, tutti malamente armati.
Milano ore 10.00.
Guardie regie, agenti e carabinieri avanzano in via Moscova diretti alla sede del Popolo d’Italia.
Il fascista Rossi riconosce il capo della squadra mobile Verna e gli si fa incontro proponendogli un compromesso.
Noi dentro la sede e voi fermi in via Moscova.
Anche Mussolini viene a parlamentare in strada. «Signori, vi consiglio di riflettere sul carattere del nostro movimento. Non c’è niente che voi non approvate. Eppoi le vostre resistenze sarebbero inutili: tutta Italia, fino a Roma, è nelle nostre mani. Si informino lorsignori»
Roma ore 11.00.
Mentre a Milano le guardie regie hanno accettato il compromesso, Facta va al Quirinale a presentare le dimissioni.
Il generale Cittadini telefona a De Vecchi, che è a Perugia, invitandolo a venire a Roma a parlare col re.
A domani.

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