Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 14 قراءة Mar 02, 2023
Sono tornata per raccontare.
So che molti fanno fatica anche solo a ricordare quello che hanno patito, quello che hanno visto.
Cosa c’è di più orribile del vedere uscire da un camino i tuoi genitori, i tuoi fratelli le tue sorelle?
Sono tornata per raccontare.
Quel 16 ottobre.
Non serve dire l’anno.
Per noi ebrei di Roma esiste solo “un” 16 ottobre. Quello.
Quando durante il rastrellamento del Ghetto, vennero arrestate 1.259 persone. 1259 esseri umani.
Tra quegli esseri umani c’ero anch’io.
Fortunatamente non c’era mio padre.
Stava tornando a casa, ma visto il pericolo girò l’angolo e riuscì a salvarsi.
E neppure mia sorella Gentile non c’era.
Con freddezza fu fatta passare per la domestica.
Non c’era nemmeno mio fratello Pacifico.
Mamma gli aveva detto di andarsene la sera prima.
Ma c’era mamma, e le altre mie sorelle.
Enrica e Giuditta.
E mia sorella Ada con la piccola Rosanna in braccio.
Eravamo tranquilli dopo l’8 settembre.
Ancora più tranquilli dopo aver consegnato i 50 Kg d’oro che ci avevano richiesto.
50,3 Kg. per la precisione.
Invece erano venuti a prenderci. Di sabato.
Giorno festivo per noi ebrei, scelto apposta, per sorprenderne il più possibile.
Sono tornata per raccontare.
Il viaggio su quei vagoni.
L’arrivo il 23 ottobre, dopo 6 giorni di viaggio, nel campo di Auschwitz-Birkenau.
E la prima selezione.
Da una parte io e Giuditta.
Dall’altra mamma e le altre mie sorelle.
Con Ada e la piccola Rosanna. La piccola Rosanna.
Era in braccio a me durante la selezione.
Stava buona la piccola.
Poco prima che arrivasse Mengele mia sorella la volle a sé. La pretese.
E Mengele spedì entrambe alle camere a gas.
Con mamma e le altre sorelle.
Tempo dopo le seguì anche Rosanna.
Perché non aveva mai smesso di piangere.
Io consumai presto tutte le lacrime. Io volevo vivere.
A tenermi in vita il pensiero che un giorno sarei tornata a casa per raccontare tutto.
Io col mio numero 66210.
Le ricordo tutte quelle 47 compagne di prigionia
Sono tornata per raccontare.
Quel lager.
“Il tatuaggio e la tosatura “come bestie”; le Kapò sono “bestie; il cibo è una brodaglia in una ciotola da “lappare come i cani”.
Un inferno in terra.
Con momenti, pochi, di vera umanità.
Come quel giorno.
Quando venni portata in ospedale per iniettarmi scabbia e tifo.
Una cavia umana.
Ricordo che operai belgi, passando sotto la finestra, mi passarono da mangiare.
La moneta d’oro fu sicuramente un delirio.
Fosse stato vero l’avrei gettata.
Troppo pericoloso tenerla nel lager.
Sono tornata per raccontare.
Che spostavo pietre.
Poi una fiammella di speranza alla fine del ’44.
Le polacche che facevano parte della resistenza fecero girare quella notizia.
Tre di loro ci gridarono “presto sarete libere, resistete”.
Prima di penzolare con una corda al collo.
Sono tornata per raccontare.
La “marcia della morte” in quell’inverno polacco, quando ci evacuarono da Auschwitz, destinazione il campo di concentramento di Bergen Belsen.
Tutti quei morti lungo la strada.
Io volevo vivere.
Volevo vivere.
Poi l’arrivo.
E tutti quei mucchi addossati contro le baracche. Mucchi di corpi umani ormai abbandonati.
Che mi hanno salvato la vita perché mi ci sono infilata sotto.
Una guardia, forse impazzita, aveva cominciato a sparare all'impazzata dalla torretta.
Sono tornata per raccontare.
Anche il tormento di quando rubavo il cibo.
O quando mi sono nascosta tra quei cadaveri.
Lo sapevo. Lo volevo con tutte le mie forze. Vivere.
Per raccontare tutti quegli orrori.
E poi la liberazione, il 15 aprile del 1945.
Gli Alleati inglesi trovarono 60.000 prigionieri ormai ridotti a larve tra migliaia di cadaveri insepolti.
Noi eravamo abituati alla puzza.
Loro si misero le maschere antigas prima di spruzzare il DDT per i pidocchi.
Sulla via del ritorno venni portata davanti a un tribunale militare.
Tra i miei amici c’erano soldati italiani che per fame avevano rubato un toro.
Mi lasciarono andare quando urlai loro che mi avevano ammazzato tutta la famiglia .
Mostrando il numero tatuato sul braccio.
Sono tornata per raccontare.
La condizione di noi donne in quel lager.
La nudità vissuta come un trauma, una tortura.
Nude, tra gli sghignazzi dei soldati.
No, non sono mai stata in una di quella case.
“Le case delle bambole” le chiamavano.
I bordelli dei lager.
Ho dovuto però sopportare il sospetto.
Una volta arrivata a casa, intendo.
Quello di essermi data ai tedeschi.
E’ successo a molte di noi.
Il corpo della donna contaminato.
L’ennesima umiliazione.
Anche per questo, sono tornata per raccontare.
1259 esseri umani.
Di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine.
Lei, Settimia Spizzichino, fu una dei 16 sopravvissuti. L’unica donna sopravvissuta a quel rastrellamento.
Settimia Spizzichino è morta a Roma il 3 luglio del 2000.
Ha passato tutta la vita a testimoniare quell’orrore. Nelle scuole, nei suoi viaggi ad Auschwitz e davanti alle telecamere.
“Io non voglio dimenticare, voglio ricordare tutto. E' parte della mia vita e di tanti: voglio raccontare anche la loro storia, ho buona memoria”.
(Settimia Spizzichino)
Alla fine del thread dovrebbe esserci il solito “Grazie” alla persona che mi ha chiesto di raccontare questa storia.
Lo faccio sempre, com’è giusto.
Salvo sempre tutti i suggerimenti, per eventuali storie future. Tutti.
E così avevo fatto anche con il "suo" suggerimento.
Lei mi aveva suggerito di raccontare la storia di sua zia, Settimia Spizzichino.
Io avevo preso nota e le avevo chiesto di indicarmi video di eventuali interviste.
E libri ed ebook da acquistare per potermi documentare al meglio.
Mi aveva parlato del libro “GLI ANNI RUBATI”.
Che purtroppo, disse,non è più in vendita".
E poi il documentario “Nata 2 volte - Storia di Settimia, ebrea romana”.
“Purtroppo anche il film non è in vendita: lo possiamo utilizzare solo per scopi didattici. Non si trova online”.
Le promisi che comunque quella storia l'avrei raccontata.
E lei, Carla Di Veroli, mi ringraziò.
Carla, che ci ha lasciato nell'agosto del 2021, era una combattente, sempre presente in ogni battaglia per i diritti civili e nell'impegno per la memoria.
Per non dimenticare.

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