Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 2 قراءة Mar 02, 2023
Thread n. 1
22 giugno 1962.
Da un paio di giorni non mangia, la paura di essere avvelenato è troppa.
Sa che i suoi ex colleghi lo hanno condannato a morte. Lui, il detenuto n. 82811, sa che la sentenza può essere eseguita anche nel carcere.
Conosce i metodi.
In genere sono tre.
Stricnina nel cibo, e per questo non mangia.
Poi c’è la bastonatura mortale nella doccia, il luogo scelto per queste esecuzioni.
E poi una pugnalata occasionale nel corso di una rissa.
Niente cibo quindi e niente docce per lui.
Ha paura, è nervoso, convinto che tra poco impazzirà
Ha saputo chi sarà il suo boia.
E’ un altro detenuto.
Si chiama Joe Di Palermo, ma tutti lo chiamano Joe Beck.
Il Capo dei Capi, Vito Genovese, anche lui nello stesso carcere, lo ha assoldato per ucciderlo.
E’ in cortile, ha fame, si regge a malapena in piedi. Quando...
Lo vede avvicinarsi.
Deve preparare una difesa.
L’unica sua speranza è colpire per primo.
L’altro si avvicina, è sicuramente Joe Beck.
A terra vede un pezzo di tubo di ferro di mezzo metro. Lo afferra e attende l’uomo che si avvicina.
“Hello Joe, come va?” si sente domandare.
E lui colpisce con forza.
Uno, due, dieci volte sulla testa di quel carcerato.
Gli sfonda il cervello, fino a quando tutto diventa poltiglia.
Arriva un poliziotto di corsa.
Vede la scena ed esclama: “Sei impazzito?"
Si lascia trascinare come un automa dal direttore del carcere.
Il direttore gli mostra una foto.
«Lo conosci?». «Mai visto» risponde l’uomo.
«Questo è il povero disgraziato che hai appena ucciso».
Quell’uomo non è Joe Beck, l’uomo che doveva ucciderlo.
«Dunque non è Joe Beck?»
No, lui ha appena ucciso uno che non c’entrava niente.
Quel povero disgraziato ha un nome.
Si chiama Joseph Saupp, in carcere per aver rapinato un furgone postale.
Si è sbagliato.
E adesso cosa accadrà?
Lui è in carcere per scontare una pena di 15 anni per spaccio di droga.
Lui si chiama Joe Cago, soprannome di Joe Valachi.
La condanna di quindici anni viene trasformata in ergastolo.
Ora ne è certo.
E’ comunque condannato a morte.
Ha sessant’anni.
E’ tempo di parlare, di raccontare cos'è la mafia americana.
Sarà il primo mafioso a denunciare pubblicamente l’Organizzazione.
Tanto, morire per morire.
E fu così che Joe Valachi decise di parlare.
Davanti a un palcoscenico grandioso.
Davanti alla Commissione presieduta dal senatore McClellan.
Il tutto trasmesso anche alla televisione.
A dire la verità, più che una confessione, sembrò uno spettacolo da circo.
Quando Joe Valachi entrava in aula era scortato e circondato da venti poliziotti che gli facevano da scudo.
I suoi capelli bianchissimi erano colorati di rosso, perché il bianco poteva essere un facile bersaglio per un colpo di pistola.
La voce rauca e un inglese pessimo.
Un accento terribile.
Eppure era nato e aveva sempre vissuto negli Stati Uniti.
Dopo alcune udienze i senatori furono costretti a creare una specie di “glossario” della mafia.
Un editore prese la palla al balzo e pubblicò qualche decina di migliaia di copie di quel glossario.
Joe Valachi ripeteva sorridendo: “Ho fatto i miei studi a Sing Sing, dovete capirmi”.
L’America si spaccò in due, come accade sempre in questi casi.
Chi era Joe Valachi?
Un mitomane o un giustiziere?
Un grande criminale o solo un informatore della polizia”.
Se lo chiesero anche i senatori presenti in aula.
Chi è Joe Valachi?
Sanno che è stato arrestato 18 volte per delitti minori facendo solo 4 anni di carcere.
Dice che ha partecipato a una trentina di “esecuzioni” e di aver messo in piedi un giro di droga da cento milioni l’anno.
E’ nato in una famiglia di matti e alcoolizzati.
Il dottor Harry Lipton di lui scrive: “E’ responsabile dei suoi atti; ha buona memoria, ma va soggetto a crisi di paranoia”.
Joe è nato il 22 settembre 1904, a East Harlem.
Ha origini napoletane, italiano quindi.
Per gli americani, nella loro scala etnica, un gradino più del nero.
E’ vero, le scuole a Sing Sing dice, ma il suo vero maestro è stato Vollero, un gangster italo-americano. Napoletano pure lui che gli spiegò: “ Noi napoletani dobbiamo guardarci soprattutto da una specie umana”.
“I siciliani. Quindi non fidarti mai di loro”.
La sua vita per oltre trent’anni l’ha vissuta in mezzo a banditi di ogni calibro con una carriera di assassinii su commissione.
E poi sale da gioco, puntate sui cavalli e piccole rapine.
E poi lo sfruttamento della prostituzione.
Adesso ha deciso di parlare, di vuotare il sacco.
Un sacco che contiene i nomi di 1.200 gangster, ricostruendo per la prima volta l’organigramma completo del crimine.
Con il terrore negli occhi ha detto alla commissione che “Cosa Nostra è un secondo governo del Paese”.
E’ il primo mafioso a usare il termine “Cosa Nostra”. Gli americani davanti alla Tv lo seguono come un personaggio di un racconto giallo.
La trama li prende.
Racconta della “guerra di Castellammare”.
Del re dei capi re, Giuseppe Masseria, detto Joe the Boss.
Lui e i suoi vestiti pieni di sugo di spaghetti.
Circondato da puledri come Lucky Luciano, Vito Genovese, Joe Doto Adonis e Francesco Castiglia detto Frank Costello.
Sono minacciati da un clan di siciliani, i “Castellammaresi”, da Castellammare del Golfo in provincia di Trapani.
Li guida Salvatore Maranzano, un gangster intellettuale uscito dal seminario che parla sette lingue e usa citazioni latine e greche.
Il suo idolo? Giulio Cesare.
Giuseppe Masseria sa che per continuare a fare affari in pace deve uccidere Salvatore Maranzano.
Valachi continua...
Masseria fa un errore fondamentale.
Fa uccidere un suo uomo, un suo capetto che si sta montando la testa.
Si chiama Gaetano Reina (la cui figlia sposerà in seguito Joe Valachi).
Gli uomini di Reina si ribellano a Masseria, unendosi alla banda di Maranzano.
E’ in questa fase che…
Che Joe Valachi entra a far parte di Cosa Nostra. L’America ascolta il racconto come incantata.
Altro che film gialli.
Joe Valachi racconta la sua iniziazione.
E’ stato portato a un centinaio di chilometri da New York in una casa coloniale.
C’è un tavolo grandissimo.
Intorno ci sono quaranta castellammaresi.
I più importanti.
Da The Dita Brown Lucchese a Joe Profaci, da Joseph Bonanno a Dominck “Lo Squarcio” Petrilli.
A capotavola il padrino, Don Salvatore Maranzano. Nelle mani tiene una pistola P38 e un coltello.
Pronuncia una formula in un italiano maccheronico. “Ciò significa che di pistola e coltello campi, e di pistola e coltello muori”.
Poi chiede a Valachi di mettere le mani a coppa sui cui il padrino mette un figlio di carta dandogli fuoco.
Deve ripetere la formula di rito.
“Così possa bruciare io, dovessi tradire i segreti di Cosa Nostra”.
Poi gli punge il dito facendo uscire sangue.
“Questo sangue significa che ora siamo una sola famiglia”.
Ma cos’è questa famiglia?
Gli americani non vedono l’ora che arrivi una nuova audizione.
A domani.

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