Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 4 قراءة Mar 02, 2023
Thread n. 7
Come detto nel thread n. 6, Al Capone commise un errore.
Nel 1930 durante un controllo in un locale il fisco rintracciò i rendiconti.
Dimostravano un incasso di 500.000 dollari negli ultimi 18 mesi.
Risultava però, come per tutti gli altri, intestato ad altra persona
Al Capone, presente durante il controllo, iniziò ad irritarsi, a dare in escandescenze e davanti ad un agente e a sette testimoni urlò sette parole che mai avrebbe dovuto pronunciare davanti al fisco: «io sono il proprietario di questo posto!».
Fu così che venne incriminato.
Il Gran Giurì accertò un reddito di un milione e 38.655 dollari con un imponibile di 219.260 dollari.
Lo accusò inoltre di 5.000 reati per violazione del Volstead Act di cui 4.000 solo per trasporto illegale di birra.
Al Capone aveva una sua convinzione sul fisco americano.
“La legge fiscale è una balla. Sbaglia. Il governo non può pretendere di imporre tasse legali su redditi illegali”.
Comunque qualcosa doveva pur fare per non finire in prigione.
Ordinò quindi di uccidere il Procuratore Johnson e il Capo del Fisco di Chicago, Madden.
Fortunatamente una soffiata salvò entrambi, che vennero nascosti in una località segreta.
Visto che aveva fallito con le pistole, ricorse alle bustarelle, ma quando l’intermediario si presentò negli uffici del Fisco con un milione e mezzo di dollari, venne cacciato a calci.
Il tentativo di subornare la giuria fallì.
Anche l’offerta di dichiararsi colpevole per prendere solo pochi anni.
Offerta che venne rifiutata dal Presidente della Corte Federale, il giudice Wilkerson che affermò: “questa corte formula sentenze solo in camera di consiglio”.
E così Al Capone fu riconosciuto colpevole.
Non di aver ucciso qualche decina di persone e di averne fatte uccidere almeno 400.
E neppure per aver trasformato Chicago in una città del terrore.
Il 17 ottobre 1931 venne condannato per non aver pagato le tasse.
La pena?
Undici anni di carcere, 50.000 dollari di multa e 30.0000 dollari per le spese processuali.
Il giudice gli negò la libertà su cauzione, chiedendo allo sceriffo di trasferire immediatamente l’imputato al carcere di Leavenworth.
Al Capone quasi svenne.
Fece un ultimo tentativo per non finire in prigione.
Si offrì di ritrovare il piccolo Baby Lindbergh, figlio del trasvolatore, che era stato rapito.
La corte si rifiutò di prendere in considerazione la sua proposta.
“Nessun grazia per Capone neppure se serve a salvare una vita”.
Al Capone alla fine fu trasferito ad Alcatraz che lui in pratica inaugurò insieme ad una quarantina di altri detenuti.
Contrariamente a quanto previsto Al Capone fu un “galeotto modello”.
Mai cercò di imporre il proprio potere o il proprio carisma.
Mai uno sciopero, mai un ammutinamento, tanto che venne colpito e ferito parecchie volte.
La mattina del 5 febbraio 1938, mentre andava in mensa, venne colto da malore, vomitò e svenne.
La notizia fece il giro del mondo.
“Al Capone sta morendo”.
In realtà Al Capone stava morendo, ma piano, molto lentamente.
Gli venne diagnosticata una disfunzione del sistema nervoso centrale, caratteristica della sifilide allo stato terziario.
Aveva contratto quella malattia venerea tredici anni prima in una casa di piacere.
Grazie allo stato di salute e alla buona condotta, la pena gli venne ridotta.
Uscì dal carcere il 19 novembre 1939 partendo con la famiglia per Miami.
Il proibizionismo non esisteva più e lui non cercò di riprendere in mano i suoi affari a Chicago.
Finì così la sua carriera.
In poco tempo però le sue condizioni peggiorarono.
Un progressivo deterioramento gli causava di continuo mancanza di memoria e di giudizio, scatti di irritabilità. E soprattutto paura.
Bastava l’arrivo di un’auto nel vialetto di casa per gettarlo nel panico.
Aveva una paura folle di essere ucciso.
Tanto da non voler restare mai solo, neppure quando pescava nel laghetto della sua villa.
Smise di uscire di casa.
L’ultima volta fu visto al matrimonio del figlio “Sonny” che sposava una ragazza di Chattanooga.
Ai giornalisti presenti ribadì per l’ultima volta che lui non era italiano, ma americano al cento per cento. Che lui non era uno straniero e che avrebbe aiutato l’America impegnata nello sforzo bellico.
Il 19 gennaio 1947 ebbe un’emorragia cerebrale.
Visitato dal medico, il parroco della Cattedrale di San Patrizio, gli somministrò l’estrema unzione.
I giornali uscirono con la notizia della sua morte. Invece si riprese ancora una volta. Per poco.
Il 25 gennaio 1947 fu una attacco di polmonite ad ucciderlo.
Erano presenti la moglie e il figlio.
Aveva compiuto da poco 48 anni.
La salma venne affidata al “becchino dei miliardari” della Florida.
Il 2 febbraio, durante una tempesta di neve, venne sepolto nel campo 48 del cimitero di Mount Olivet a Chicago.
Così morì Al Capone.
Uno dei pochissimi gangster a morire nel proprio letto. Sopravvissuto a tre Presidenti, a quattro capi della polizia, a due amministrazioni comunali di Chicago, a tre Procuratori, a centinaia di agenti federali e a decine di inchieste e crociate varie.
Abbiamo parlato di Chicago e del suo “padrone”, Al Capone.
Ma non possiamo tralasciare di raccontare anche quello che accadeva nel frattempo a New York.
E’ il 15 aprile 1931, quando due persone si siedono a mangiare il pesce al ristorante Scarpato’s a New York.
Uno di questo è Joe Masseria, in guerra con la famiglia Maranzano.
L’altro è un giovane, che ad un tratto si alza e va in bagno.
Proprio nel momento in cui quattro uomini, entrati nel locale, uccidono il vecchio boss.
A organizzare il tutto è stato proprio quel giovane.
Il suo nome? Luciano.
Che metteva così fine alla “guerra castellammarese”. La successiva spartizione di New York avvenne in una sala del Bronx presa a nolo per un evento religioso.
E’ qui che Maranzano, il re dei capi re, tra candelabri accesi, divise la regione di New York.
La zona divisa tra cinque famiglie.
I nuovi cinque capi sono Joe Profaci, Joseph Bonanno, Tom Gagliano, Vincenzo Mangano (tutti della famiglia Maranzano) e lui, Charles Luciano.
La festa durò 70 ore e alla fine i capi se ne andarono lasciando ai boss una piccola offerta.
Di 115.000 dollari.
Tutto a posto, pensa Maranzano.
Ma i giovani non sono contenti.
Sono arrivati bambini in America e non possono accettare che tutto sia in mano a quei vecchi.
Sono il siciliano Luciano, il calabrese Frank Costello e il napoletano Vito Genovese.
Hanno idee nuove.
La violenza quando serve, tanto basta usare politici compiacenti e polizia corrotta per fare affari.
Bisogna però uccidere Maranzano e tutti i vecchi capi. A New York sta arrivare la “notte dei Vespri Siciliani”. Sta per scatenarsi l’inferno.
A domani.

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