Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة 205 قراءة Mar 02, 2023
Marzo 1958.
Che ci faccio chiuso in cella nel carcere Le Nuove di Torino?
Mi chiamo Aldo Cugini, discendente di una famiglia di imprenditori bergamaschi.
E’ successo tutto sabato 1° marzo quando sono stato prelevato dalla polizia nella mia casa in Via Foro Boario 11 a Bergamo.
Continuano a ripetermi di stare calmo, di non agitarmi, ma vorrei vedere loro al mio posto.
Devo sposarmi tra un mese, ho un sacco di cose da preparare, tra cui tutti i documenti e poi ci sono gli ultimi acquisti da fare.
Parlano di un omicidio.
Cosa c’entro io con un omicidio?
Ieri, lunedì 17 marzo, sono venuti a trovarmi.
Mio fratello, le mie due sorelle e la mia fidanzata, ma hanno autorizzato solo mio fratello per un incontro. Che ho fatto di male per essere trattato così?
E’ tutto un equivoco, un errore, io non ho ucciso quell’uomo.
Tutto ha inizio il 24 febbraio 1958.
Fa freddo, quando alla redazione de “La Stampa”, arriva una strana telefonata.
La voce dice poche parole: “Ho ucciso un uomo sulla via di Po”.
Per poi riagganciare.
Il giornale riceve centinaia di telefonate al giorno e nessuno si preoccupa.
Ma il giorno successivo arrivano due lettere dello stesso tono.
Una sempre a “La Stampa” e una uguale al Commissariato di Borgo Po.
E’ scritta a matita, su fogli a quadretti.
L’altra realizzata con la carta carbone.
Parla di un misterioso delitto.
E’ anche firmata "Diabolich"
Le ultime righe parlano chiaro.
E' nascosto il luogo dove è stato commesso il delitto. La polizia impiega poco a scoprirlo.
Dall’altra parte della città un dirigente della Fiat è preoccupato. Un loro operaio non si fa vedere al lavoro da dieci giorni.
Decide di recarsi dove abita
La polizia ha decifrato il luogo indicato nella lettera. Via Fontanesi 20.
Il dirigente Fiat è a casa dell’operaio.
Nella stanza da letto trova il corpo con 15 coltellate al petto, coperto da un cappotto e un lenzuolo legato sulla bocca.
Dove si trova?
In Via Fontanesi 20.
Sul tavolo ci sono due bicchierini con tracce di caffè. Bevuto con l’assassino?
La vittima è Mario Giliberti, 27 anni, nativo di Lucera. Arrivato da poco a Torino è appena stato assunto alla Fiat.
Persona di poche parole, educata e riservata.
Ed è qui che inizia il mio calvario.
Ricordate la lettera «Un tempo io e la vittima eravamo molto amici e portavamo la divisa insieme. Poi lui mi tradì come fossi un cane. Oggi stava bene, e così la mia vendetta lo ha raggiunto?»
L’assassino era sicuramente un commilitone del Giliberti.
E c’era pure la prova.
L’assassino si è “dimenticato” di prendere il portafoglio.
Dentro, oltre ai soldi, una foto scattata nel Natale del 1955, tre anni prima.
La foto ritrae il Mario con un amico, con cui aveva fatto il militare insieme.
Quell’amico si chiama Aldo Cugini.
Sì, il sottoscritto.
Mario lo avevo conosciuto durante il servizio militare. Come accade a molti.
Quella foto era stata scattata dalla mia fidanzata a casa mia, quando era venuto a trovarmi a Bergamo.
Era bastata quella fotografia per farmi arrestare con l’accusa di omicidio?
Del suo omicidio? No.
C’erano altre prove.
Oltre alla foto, la frase sulla lettera “eravamo molto amici” e “Poi lui mi tradì come fossi un cane”, sommate a un barattolo di vasellina sulla scena del crimine dimostrava un “affetto anomalo” tra me e la vittima.
E finire in carcere era stato un attimo.
I miei avvocati mi hanno appena letto un'altra motivazione del mio arresto.
“… in quanto sussiste pressoché assoluta corrispondenza fra la grafia dell’imputato e la grafia di colui che mandò ad un giornale della città la lettera in cui si dichiarava autore del delitto”.
Ma io sono innocente.
L’ho detto agli inquirenti.
Ero da un’altra parte. Basta controllare.
Dicono che ho preso ispirazione da un libro giallo che si intitola “Diabolic (uccidevano di notte) ”.
Dove c’è tutto.
Il delitto perfetto, le lettere, e la sfida alla polizia.
Non è vero quello che mi sta accadendo.
Deve essere per forza un incubo.
Tra poco mi sveglierò, magari madido di sudore, e riprenderò la mia vita normale.
Un incubo sicuramente, resta il fatto che domani saranno trenta giorni che sono chiuso in questa maledetta cella.
Proprio in questi giorni avrei dovuto sposarmi con la mia Marisa,
L’avevo conosciuta a Gazzaniga, dove abitavo tempo fa.
E’ venuta a trovarmi, ma non le hanno permesso di vedermi. Allora le ho scritto una lettera.
Come sono finito in questa «macchina» che mi sta stritolando?
Oggi ho saputo che qualche giorno fa è arrivata una seconda lettera a La Stampa da parte di Diabolich.
E’ fatta, direte voi.Mi rilasceranno.
Gli avvocati mi hanno detto che gli inquirenti pensano che l’ho scritta io, in carcere, facendola poi spedire da qualcuno; non si sa come.
Ma come è possibile?
Ci mancava anche la perizia psichiatrica.
Che si conclude con: «l’imputato è sano di mente e tiene un contegno controllato, ma così controllato da far supporre che sia insincero».
No, questi sono matti, questo incubo prima o poi finirà, ne sono certo.
In quei mesi a Torino la gente era spaventata “da un pazzo omicida che poteva uccidere chiunque”.
Arrivarono continue richieste di interventi della polizia. “Correte, Diabolich ha ucciso mio marito. Non risponde al telefono!”.
Ovvio, uscendo l’aveva chiuso per sbaglio in camera
E altre robe di questo tipo.
Dopo altre numerose lettere Diabolich non si fece più vivo.
Ma piano piano, come sempre accade in questi casi, la paura passò e il delitto di via Fontanesi venne dimenticato.
La polizia si arrese e quell’omicidio restò, ed è a tutt’oggi, impunito.
E il Cugini, il bergamasco accusato del delitto e rinchiuso in cella?
Venne rilasciato dopo quasi 5 mesi di carcere.
Nel 1960, su indicazione dello stesso pubblico ministero, la corte d’assise assolse il Cugini.
«Il quadro probatorio non consente di giungere a sue responsabilità»
Lo credo bene.
Aveva detto subito agli inquirenti che lui non poteva essere l’assassino, perché quel giorno si trovava a Orzinuovi per lavoro (era rappresentante per l’azienda del padre, un commerciante di materiali edili).
Un alibi confermato subito dai suoi clienti.
Di più.
Era rincasato a Bergamo e alle 17 si era recato a far visita alla sua fidanzata per parlare degli ultimi dettagli del matrimonio.
E allora perché fu tenuto in carcere malgrado il suo alibi reggesse?
Si chiama “pressione dell’opinione pubblica”.
O dategli voi un nome.
A Torino si era creata in vera psicosi intorno al fantomatico Diabolich, intorno alla figura di un assassino misterioso.
Era necessario trovare un colpevole.
Ad ogni costo.
Il Cugini aveva quello che mancava per montare una storia appetibile.
Con lui c’era praticamente tutto.
Un morto, Mario Giliberti, e un misterioso assassino che si fa chiamare Diabolich, amico e amante della vittima.
C’era tutto per dare un colpevole in pasto all’opinione pubblica: una storia misteriosa e morbosa.
Purtroppo, per il bergamasco Aldo Cugini, praticamente inventata.

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