Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

24 تغريدة 1 قراءة Mar 02, 2023
«Preparare camere di lancio».
Sapeva che i tubi lanciasiluri sarebbero stati pronti in un attimo e che la centralina di lancio avrebbe elaborato tutti i dati necessari in pochi secondi.
Mentre i giroscopi stabilivano le traiettorie per i tre siluri, lesse la distanza: 380 metri.
Era vicino. Non poteva sbagliare.
Difficilmente sbagliava.
Da quando, nell’ottobre del 1940, gli era stato assegnato direttamente il comando di un U-98, sottomarino di tipo VIIC della Kriegsmarine della Germania nazista.
Ci sapeva fare. Eccome se ci sapeva fare.
Tanto che dal marzo 1942 era al comando di U-boat U-177 di tipo IXD2. Quello dove si trovava ora.
E quello che aveva di fronte era l’ennesimo obiettivo che tra poco avrebbe spedito in fondo al mare. L’ennesima nave britannica per il trasporto di armi, rifornimenti e truppe.
L’alba era appena sorta quando l’aveva avvistata.
«Ore 4.12 avvistato fumo. Nemico in rapido avvicinamento. E’ una nave passeggeri di media stazza. Viaggia a circa 14 miglia marine».
Non capiva perché bisognava sempre usare l’ora di Berlino. In realtà erano le 5.12.
Lui, comandante Robert Gysae, l’aveva vista procedere a zig zag, come facevano sempre tutte le navi per evitare eventuali siluri.
Il suo U-177 era ancora lontano, per questo la seguiva in affioramento, nascosto tra le onde.
Poi, una volta vicino, aveva deciso di immergersi.
Dal periscopio vedeva chiaramente un forte armamento e pittura da guerra.
Tre cannoni, mitragliatrici e radiogoniometro. Sicuramente una nave passeggeri convertita in incrociatore.
Comunque una nave da guerra.
I piani di Doenitz erano stati chiari.
Affondare tutte le materie prime necessarie alle imprese britanniche.
Compresi rifornimenti e ricambi di truppe.
Era il 1942 e quella nave non trasportava certo dei turisti in vacanza.
Da una distanza così ravvicinata ora poteva leggere chiaramente il nome: Nova Scotia.
Unità di 6.796 tonnellate di stazza lorda.
Senza scorta.
L’ordine era stato perentorio e i tre siluri erano stati lanciati.
Sapeva già cosa scrivere su diario di guerra: «28 novembre 1942. 0715 Punto nave 8325 – sganciati tre siluri – corsa da est 380. – Tre centri».
Il piroscafo britannico Nova Scotia era partito dal porto di Massaua, in Eritrea.
Varata nel 1926 per il trasporto passeggeri era stata convertita a trasporto truppe nel 1941.
Ora faceva la tratta Aden–Sudafrica per il trasporto di truppe britanniche e prigionieri di guerra.
Il comandante Robert Gysae vide i suoi tre siluri colpire rispettivamente la sala macchine, il ponte e la prua.
Tre centri, esattamente come aveva pensato di scrivere sul diario di guerra.
Il fumo causato dall’esplosione di alcuni serbatoi gli impediva la visuale.
Quello che usciva dall’idrofono parlava chiaro.
I motori della nave si erano fermati.
Ora sarebbe cominciata la sua lenta agonia.
Quella canzonetta in tedesco cantata dai suoi uomini stonava rispetto al momento.
Tra poco, tutto sarebbe diventato tremendamente stonato.
Mano a mano che il fumo si diradava vide il Nova Scotia sbandare sulla sinistra.
«Perché la gente sul ponte fugge impazzita senza giubbotto di salvataggio?» si chiese.
Erano emersi e poteva vedere chiaramente che l’inclinazione non avrebbe permesso l’utilizzo dei loro cannoni.
Il Nova Scotia, partito da Massaua era diretto Port Elizabeth nel Sudafrica.
Ecco, quello che il comandate Gysae non sapeva ancora, è che era stipato di prigionieri italiani e tedeschi, rastrellati in Etiopia ed Eritrea, assieme a prigionieri civili, tra cui alcune donne.
Due mesi dopo la tragedia del Laconia (leggete qui bit.ly) stava accadendo di nuovo.
In tutto, compreso l’equipaggio, erano imbarcate circa 1200 persone.
Tra queste 769 prigionieri italiani. Loro alleati.
E lui li aveva affondati.
Il piroscafo Nova Scotia stava transitando al largo della costa del Natal, e per sera avrebbe avvistato Durban, dalla quale distava circa 244 chilometri.
Non ci sarebbe mai arrivato.
Furono attimi tremendi.
Con tutta quella gente che si ammassava senza speranza sul ponte.
In soli sei minuti vide il piroscafo inabissarsi e il mare riempirsi di naufraghi.
Gysae ne raccolse due scoprendo con orrore che erano italiani, due dei 769 prigionieri italiani imbarcati a Massaua.
A bordo anche 134 soldati sudafricani, oltre all’equipaggio inglese.
Solo allora capì.
Non aveva colpito un cargo, ma una nave passeggeri. E tra quei naufraghi molti erano italiani e tedeschi.
Gli ordini della marina tedesca erano chiari anche in questi casi: “Fare la guerra prima di tutto”.
Ritenne giusto lanciare un dispaccio radio a Berlino
Dovevano invitare le forze navali neutrali presenti in zona (portoghesi) a soccorrere i naufraghi.
Subito dopo si allontanò, lasciando in quel tratto di mare quattro zattere colme di superstiti e una moltitudine di uomini immersi in acqua, aggrappati ad ogni cosa.
Poi ci si mise il mare, che da tranquillo divenne mosso e agitato.
Continuò così per tutta la notte del 28 e per l’intero giorno successivo.
Finalmente il 30 novembre, alle 5, 45 della mattina, i naufraghi furono avvistati dal cacciatorpediniere portoghese Afonso de Albuquerque.
Alla fine si salvarono 117 italiani e 64 fra sudafricani ed inglesi.
181 superstiti su1200.
651 gli italiani spariti nell’oceano.
Moltissimi di loro divorati dagli squali.
L’Alfonso de Albuquerque, carico dei superstiti, attraccò nel porto di Maputo, nel Mozambico portoghese.
Molti superstiti italiani, malgrado le pressioni britanniche, furono curati e malgrado le ingenti difficoltà aiutati a rientrare in Italia.
Altri si fermarono in Mozambico ed ebbero la possibilità di lavorare.
Il mare in seguito restituì a poco a poco i resti di 120 italiani.
Che vennero raccolti e sepolti nel cimitero per prigionieri di guerra a Durban.
I resti sono stati spostati poi nel 2008 nel cimitero della chiesa di Nostra Signora della Misericordia, nella frazione di Epworth della città di Pietermaritzburg.
Ricordate i due naufraghi raccolti dall’U-177 del comandante Gysae?
L’ordine «Triton Null» gli vietava di caricare naufraghi, ma con loro, un marinaio e un mozzo italiani, fece un’eccezione.
Li sbarcherà due mesi dopo a Bordeaux, sani e salvi.
Grazie a @AvvDox per avermi ricordato l’affondamento del Nova Scotia che causò la morte di 651 italiani.
Uno dei tanti, troppi casi di fuoco amico su italiani e non solo.
Perché l’ordine in fondo era chiaro.
“Fare la guerra prima di tutto”.
Nonostante tutto.

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