Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 تغريدة Mar 02, 2023
Leggete i 3 thread precedenti ( qui bit.ly e qui bit.ly e qui bit.ly ).
Tanlongo è in carcere, interrogato dal giudice Capriolo. Si viene a sapere di documenti importanti fatti sparire durante le perquisizioni.
Ho concluso con la commissione parlamentare dei sette saggi, commissione parlamentare d’inchiesta sulla Banca Romana.
Accettata anche dal Presidente del Consiglio Giolitti.
Perché era stato lui a proporre il nome di Bernardo Tanlongo come governatore della Banca Romana.
La commissione dei sette saggi presentò una relazione alla Camera il 23 novembre 1893.
Le accuse a Giolitti furono circostanziate.
Non solo la nomina di Tanlongo, ma l’accusa di aver ricevuto finanziamenti illeciti e aver fatto sparire quei documenti compromettenti.
Facciamo però un salto in avanti.
Esattamente nel luglio del 1894, il giorno della sentenza.
Il 15 dicembre dell’anno precedente, messo in difficoltà dallo scandalo della Banca Romana e accusato da Crispi, Giolitti è stato costretto a dimettersi, riparando in Germania.
L’unica”colpa” a quel momento di Giolitti era la nomina di Tanlongo.
In realtà era inviso a industriali e agrari per non avere represso i fasci siciliani (ricordate?).
A succedergli a grande richiesta sempre il Crispi, che nello scandalo romano c’era dentro fino al collo.
La sentenza fu qualcosa che sconvolse l’opinione pubblica.
Tanlongo era reo confesso.
Aveva spifferato tutto gli intrecci tra banche e politica. Aveva raccontato tutti gli imbrogli che aveva architettato, compreso quello della duplicazione delle banconote.
Eppure
Leggetela voi qui sotto la sentenza.
Tanlongo e soci vennero tutti assolti per insufficienza di prove.
Sì, è vero, la testimonianza dell'agente sulla sparizione dei documenti riguardanti i politici fu ritenuta valida, ma non conoscendo gli autori di quel misfatto…
Dal 19 gennaio 1893, giorno dell’arresto del Tanlongo, gli inquirenti avevano raccolto 13 volumi di documenti. Ventimila per la precisione.
A portare a quell’assoluzione fu il più becero servilismo del potere giudiziario nei confronti della politica.
Lo si poteva già leggere nella sentenza istruttoria di Ferdinando Capriolo.
Ricordate l’accusa di Colajanni alla Camera?
«Perché l’indagine di Alvisi del 1889 non fu pubblicata?»
Per Capriolo non era compito della magistratura indagare su quel perché.
Infatti avrebbe rischiato di trovare qualche politico dietro quella manovra.
Per Capriolo, la colpa di tutto quello che era successo alla Banca Romana, si trovava all’interno. Governatore, censore, funzionari, al massimo qualche controllore.
Politici?
E quando mai.
Le carte fatte sparire? Quali carte?
C’è una firma sul verbale di quella perquisizione.
E poi la versione del poliziotto fa acqua da tutte le parti.
Niente carte fatte sparire, niente responsabilità politiche.
E i politici tirati in ballo dal Tanlongo?
«Ignare delle sue mire occulte pregiassero la sua amicizia, e senza credere di sconfinare da una lecita operazione, si limitassero a chiedergli facilitazioni nello sconto di effetti per se stesse oppure per persone che raccomandavano».
E le confessioni del Lazzaroni?
Lui che ha tirato in ballo politici potenti?
Il giudice scrive di non credere alle sue parole.
«Non bastano un informe appunto mancante di forza probante e l’indicazione d’un nome gettato spesso là per mero equivoco» per indurlo ad adottare provvedimenti di rigore».
In definitiva in quelle carte Capriolo riconosce di avere in mano tutte le prove, ma rinuncia a conoscere la verità.
La sua incredibile conclusione?
«Dalle testimonianze non si evince nulla di concreto […] niuno dei deputati si è macchiato della colpa di cedere a lusinghe d’oro»
In sostanza tutti devono essere salvati.
Dopo aver salvato Presidenti del consiglio, ministri e deputati, doveva fare qualcosa anche per i poveri giornalisti.
Gli effetti che Tanlongo aveva loro scontato?
Niente di ché. Erano spese per la stampa.
E il giornalista Chauvet?
Per non scrivere nulla sullo scandalo della Banca Romana aveva preso dei soldi.
Non solo. Aveva pure minacciato Tanlongo e il Lazzaroni.
Per Capriolo «nessuno dei testi esaminati ha comprovato quelle circostanze».
Insomma, tutti i pesci grossi furono salvati.
Alla fine Capriolo, per dimostrare che in fondo qualcosa aveva fatto, si scagliò contro i pesci più piccoli. Era loro la colpa di tutto.
Dovevate vedere le reazioni dei giornali politici.
«La Riforma» sostenitore di Crispi, e «Il Popolo Romano» che appoggiava Giolitti.
Ognuno cominciò a pubblicare i pezzi dell’indagine di Capriolo, ma solo quelli che facevano loro più comodo.
Tutto fu vanificato dalla «Gazzetta di Venezia».
I giornali romani hanno sempre le indiscrezioni politiche prima di noi?
E noi pubblichiamo il testo dell’indagine.
Integralmente.
E così la pubblica opinione smise di prendersela con i politici, e smise pure con in giornalisti, scagliandosi contro la magistratura e i suoi atti di servilismo verso il potere.
Grazie a Capriolo la sentenza mandò assolti tutti. Compresi Tanlongo e soci.
Tanlongo morirà nel 1896, dopo aver passato gli ultimi anni della sua vita in pratiche religiose.
Crispi finirà la sua carriera politica seppellito dalla sconfitta di Adua.
E Giolitti?
Tornerà in politica più in forma che mai.
In fondo non era accaduto niente.
O quasi.
Per porre un freno al disordine creditizio tutto il settore bancario era stato riformato.
Il 10 agosto del 1893 la legge 449 portò alla fondazione della Banca d'Italia che sarebbe poi divenuta (ma solo nel 1926) l'unico istituto di emissione italiano.
Napoleone Colajanni, eletto la prima volta a 43 anni nel 1890, rimase in Parlamento per ben 10 legislature sino al giorno della sua morte, il 2 settembre 1921. Federalista come Cattaneo era stato eletto nel Collegio di Caltanissetta malgrado fosse stato osteggiato da Crispi.
Dimenticavo.
Qualcuno si sarà chiesto: nemmeno una parola nello scandalo della Banca Romana sul re Umberto I di Savoia?
In effetti le accuse su di lui erano pesanti.
Aveva trasferito all’estero una grossa somma di denaro dalla Banca Romana per mantenere le sue amanti.
Tra queste la Duchessa Litta Visconti Arese.
Il nome del re non fu mai pronunciato, né prima, né dopo, né durante il processo.
Tutti gli atti che lo riguardavano e che facevano riferimento a somme di denaro furono stralciati.
Fatti sparire, insomma.
Fine
Prosit.

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